14 novembre 2007

STORIE DA BAR SPORT 16: L'UOMO SENZA SPERANZA

L'UOMO SENZA SPERANZA
E' strano come, a volte, si venga scambiati per quello che non si è. A me succede al Pierino's Bar. Sarà perchè faccio l'insegnante, sarà perchè ho avuto il titolo di PROFESSUR da parte del Pierino(il padre padrone del Pierino's Bar), sta di fatto che io per tutti al Pierino's Bar sono il "consulente letterario" cioè scrivo e/o correggo lettere dai più fantasiosi contenuti e scritte dai diversi personaggi che frequentano il locale. E' diventata ormai una consuetudine, appena un cliente ha un problema di scrittura il Pierino me lo fa ritrovare di fronte con carta e penna. Per alcuni si tratta solo di semplici correzioni per altri , invece, devo proprio fare lo scrivano...è un massacro! Le situazioni poi che si vengono a creare solo le più diverse:"c'è ne per tutti i gusti e per tutte le misure" (parole dello stesso Pierino). L'ultima in ordine di tempo è quella dell'Ambrogio. L' Ambros (così lo chiamiamo tutti) ha scritto una lettera d'amore, una lettera commovente per la sua semplicità e per la sua toccante originalità. Lo scritto è stato fatto su carta tipo pergamena imbevuta in essenza di rose, è qualcosa che prima di vedersi si sente. Scritta tassativamente a mano con penna stilografica con inchiostro nero. La scrittura tremolante assomiglia al carattere vivaldi di windows. Si presenta benissimo! Ma quando la leggo...
"Cara Clara,
ti scrivo questa lettera per dirti molte cose che io di persona non riesco a dirti...
E' dal primo giorno che ti ho visto che non trovo il coraggio a venire da te per poterti dire che mi piaci molto, sei una donna simpatica e spero molto che noi due un giorno riusciremo ad avere un dialogo migliore, perchè ho voglia di conoscerti meglio. Se queste cose si avvereranno io sarò la persona più felice del mondo e spero che anche tu hai voglia di conoscermi meglio, anche se per i tuoi gusti io non ti vado bene. Sono un uomo semplice che è stravolto per te. Tu sei bellissima, quando ti vedo tutta, il mio cuore batte così forte che mi sembra di averlo in bocca. Io non faccio che pensare a te e alla notte questo pensiero non mi fa dormire e allora devo alzarmi a guardare la televisione così al mattino sono uno che ha le borsate sotto gli occhi. Oramai nella mia testa c'è un grande Barlamm tu mi hai stregato e io sono fatto per te. Cara Clara dammi almeno una speranza. Io ti aspetto qui al Pierino's Bar tutti i giorni dalle 14.30 alle 15.30 (chiedi di AMBROS). Se verrai vorrà dire che per noi inizia una nuova vita piena d'amore. Tuo per sempre
Ambrogio"
Che dire? Ma soprattutto che fare? Guardo il Pierino che scuote la testa e allarga le braccia...
Per farvi CAPIRE la situazione io vi presente sommariamente i due personaggi cioè l'AMBROS e la CLARA.
L'AMBROS:
tipo sui sessanta, alto nella norma, un pò appesantito dalla vita sedentaria da pensionato, calvizie incipiente, naso acquilino, occhi piccoli e denti ingialliti dal fumo (il Pierino non lo definirebbe un "bell om"). Sempre in preda alle emozioni e sempre a rincorrere belle donne dedicandosi a missioni impossibili (è uno senza speranza con le donne, dice il Pierino). E' un individuo che appartiene alla categoria degli uomini che io definisco :"do coio coio", cioè gli stanno bene tutte basta che respirino. Questa volta però l'Ambros ha mirato in alto, ha mirato la Clara!
LA CLARA:
tipa sui quarant'anni, vedova...em em no! Con la descrizione della Clara voglio essere originale! Ve la racconto così:
scarpe Hermès-Borsa Gucci con dentro trucchi di Max Factor, pettinino in osso di tartaruga, telefono Motorola, all'ultima moda, da 500 euro (spento ma sempre pronto, non si sa mai)-Tubino nero di Armani-Collana di Bulgari (si dice falsa)- Rolex Oyster(si dice che sia un Tarolex)al polso destro- Capelli lunghi e neri curati ogni settimana con sali fattiarrivare apposta dal mar nero, che fa un bel contrasto con la pelle "da rossa"-Chanel numero 5, nove gocce ben posizionate-Niente biancheria intima-Pronta e via! (nella classifica delle Figone Paciarotte del Pierino's Bar la Clara è sul podio al terzo posto. Per la cronaca al secondo posto c'è l'Ursula e al primo c'è la figona paciarotta per "antomasia"-come direbbe il Pasquale- la Samantha)
Che dire? Ma soprattutto che fare con l'Ambros?
come al solito risolve il Pierino:
"cara el me Professur mi a go un quaicoss da dì: va ben che a sto mund VAR PUSE' LA FACIA DE TOLA CHE L'ARGENT! ma l'Ambros, con la Clara, par mi, l'è un Om sensa speransa!

12 novembre 2007

LA TECNICA CALCISTICA

•azioni motorie specifiche nel rapporto corpo-palla ed in particolare piede-palla (azione sulla palla reazione della palla)
• mezzi per risolvere situazioni di gioco ed attuare le intenzioni tattiche
• non esiste una tecnica ideale ma solo tecnica personale individuale (peculiarità morfo-funzionali; la palla e i giocatori, spostandosi continuamente modificano l’ambiente di gioco)
• giocatore efficace (non necessariamente chi dispone di un elevato repertorio tecnico, ma chi usa una parte del repertorio in modo più produttivo)

•atto intelligente efficace
• non è un modo di fare
• è un modo per riuscire
• il sapere fare deve venire dall’interno del soggetto che agisce
• il sapere fare è un processo di autocostruzione
• il sapere fare avviene in rapporto ad obiettivi estremi chiari e visivi (perché)
• il sapere fare avviene attraverso ripetizioni (tentativi ed errori)
• il sapere fare avviene per osservazione di altri che agiscono
• il sapere fare ascolta più le suggestioni (emozioni) che le parole

09 novembre 2007

LA PROGRAMMAZIONE ANNUALE PICCOLI AMICI PULCINI

LA PROGRAMMAZIONE ANNUALE PER LE FASCE:
PICCOLI AMICI
PULCINI
GLI OBIETTIVI
LA PROGRAMMAZIONE DELLE ATTIVITA’ SI PREFIGGE DI PERSEGUIRE UNA SERIE DI OBIETTIVI CHE SARANNO DI :
· Carattere generale
· Carattere specifico


OBIETTIVI GENERALI
Potenziamento degli schemi motori di base e delle capacità motorie di base inerenti
Miglioramento del rapporto del bambino con la palla e delle capacità motorie inerenti
Formazione del rapporto del bambino con la palla i propri compagni e gli avversari e delle capacità sociometriche
Formazione degli aspetti educativi e comportamentali

OBIETTIVI SPECIFICI
· Correre
· Saltare
· Rotolarsi
· Tuffarsi
· Arrampicarsi
· Lanciare
· Calciare
In relazione alle capacità coordinative :
· Cap. di adattamento trasformazione e combinazione
· Cap. di Orientamento spaziale
· Cap. di apprendimento
· Cap. di ritmizzazione – differenziazione
· Cap. di equilibrio
· Dominio della palla
· Condurre la palla
· Ricevere la palla
· Passare la palla
· Tirare in porta
· Gioco di testa
· Combinazione delle gestualità tecniche di base
Queste abilità dovranno essere sviluppate in relazione alle capacità coordinative:
· Cap. di adattamento-trasformazione-combinazione
· Cap. di orientamento spaziale
· Cap. di ritmizzazione-differenziazione
· Cap. di equilibrio unipodale
· Organizzare lo spazio assumendo se stesso come punto di riferimento
· Organizzare lo spazio in modo decentrato da se stesso
· Prendere coscienza della propria lateralità, delle proprie dimensioni e dei propri orientamenti con e senza la presenzadella palla
· Occupare e utilizzare lo spazio in modo razionale con e senza la palla
· Organizzare il proprio movimento nello spazio in base a dei punti di riferimento (palla-spazio campo- compagno-avversario)
· Riconoscere la relazione spazio tempo nelle azioni offensive e difensive
· Riconoscere la velocità come rapporto spazio-tempo
· Adattare il movimento a velocità regolari, all’accelerazione e alla decelerazione a seconda delle situazioni di gioco
· Possedere il concetto di traiettoria e utilizzare le traiettorie in situazioni di gioco
· Conoscere i propri compagni
· Dialogare con i propri compagni
· Ascoltare gli altri
· Parlare a turno
· Accettare le idee degli altri
· Saper giocare con gli altri compagni rispettando le regole
· Acquisire comportamenti responsabili
· Rispettare gli orari
· Rispettare i propri oggetti e quelli degli altri (materiale da gioco)
· Rispettare gli avversari e le regole del gioco
· Rispettare gli istruttori e i dirigenti
· Acquisire autonomia di comportamento nei vari ambiti come lo spogliatoio e sul campo

30 ottobre 2007

STORIE DA BAR SPORT 15-TUTTI ZITTI E A CASA...

E' un giorno buio, quasi cupo, di Novembre, e come se non bastasse piove e il cielo sembra un soffitto così basso da essere brutto ed opprimente. "Il cielo è di colore grigio fumo di LONTRA" direbbe il Pasquale. Il cielo è grigio come il mio umore, dico io!
Sono al Pierino's Bar la radio è accesa e sta diffondendo notizie non "grigie" ma nere. La peggiore è quella dell'uccisione, fatta in modo violento, di una donna; il cronista entra nei particolari più macabri e tutti siamo inorriditi da questo evento. E' appunto su questa notizia che qui al bar si scatena una tempesta di opinioni (tanto per rimanere in tema "metereo", come direbbe il nostro amato Pasquale). Il primo a parlare è il Jordanescu un rumeno che è in Italia da più di ventanni, ma non ha ancora imparato a parlare in un italiano "correggiuto"(Pasquale). Tutte le volte che parla si ha la sensazione di aver a che fare con un extracomunitario che ha appena varcato il confine.
Il Jordanescu, oltre ad essere rumeno, come ho già puntualizzato, è un ex camionista, un ex(dice lui) alcoolista, un ex comunista, un ex fascista insomma un qualunquista per antonomasia. Lui ha nel proprio cervello poche idee e ben confuse! Esordisce con questa frase:"Io sapere come soluzionare criminalità in Italia. Tu rubi? io taglio mani! Tu violenti? io taglio pisello! Tu uccidi e io ZACC!! accompagna a questo suono il gesto del collarino che per i "non addetti AI LAVORI" significa tagliare la testa al mal capitato. "Hai ragione Jordanescu tutti li duvria ammazzare la pUlizia qell'infami quelli figli androcchia!!" Chi urla in questo modo è il Benni (Benni per gli amici, Benedetto per L'anagrafe). Il Benni è il Vito Catozzo del terzo millennio. Lui fa la guardia giurata come lavoro in una organizzazione denominata:"I cittadini dell'ordine organizzato" (la battuta che gira al Pierino's Bar è che questa associazione dovrebbe ciamarsi "i cittadini del disordine disorganizzato". Il Benni dagli intimi è anche chiamato "sceriffo" ma su questo non voglio commentare con le battute che girano al bar perchè potrei diventare volgare. Tirem innanz direbbe il Pierino. Il Jordanescu dopo aver "mietuto" (Pasquale) il primo successo si scalda e se ne esce con frasi del genere:"Noi in Romania ai BEI tempi (ma quali?) tu potevi lasciare su strada un sacco pieno di Dollari e nessuto toccava, altrimenti ZACC!! e ripete il gesto del collarino. Interviene ancora il Benni:"si si accussi si duvria fare qui, staccari la testa a chi nun rispetta i leggi, accussi ZACCHETE!!" e anche lui ripete il gesto. Oramai tutti all'interno del Bar fanno a gara a chi la spara più grossa. Oramai è una "SCALINATA" (escalation, questa è dell'Alfonso) verso la reazione più bieca e violenta. Chi dice che c'è troppa libertà, chi dice che dovremmo chiudere le frontiere(questa è bella, come se la delinquenza noi la importassimo) ma il gradino più basso di questa"scalinata" lo raggiunge l'Alessandro con la fatidica frase:"velo dico io cosa ci vuole in questo Paese, ci vuole la PENA DI MORTE è inutile girarci attorno finchè non metteranno la pena di morte qui andremo di male in peggio!!" E' un coro di "SI SI hai ragione Ale bisogna far così". Ero già depresso e sentendo queste parole... non resisto me ne devo andare! Sto per alzarmi e sento il Pierino che prende la parola! "Mi ha go quaicoss da di". A questo punto tutti sono in silenzio e aspettano il "VERBO". "Mi vori di un pruverbi Milanes: Tutti i can menen la cua e tutti i CUIUN voren DI la sua, e chi me par che de CUIUN ghe ne un casin". Il silenzio è ASSORDANTE!! Tutti escono dal Bar senza fiatare...(e si spera vadano a casa a riflettere sulle coglionate dette!!) Il Pierino mi guarda, mi sorride, mi strizza l'occhio e mi chiede: "Professur la va mei in scì la giurnada??"
PIERINO MITTTICO!!!

23 ottobre 2007

LA PSICOLOGIA DEL GIOCO

Lo sport è gioco caratterizzato da finalità agonistiche, per cui non esiste sport che non sia competitivo, ma non esiste neanche sport che non sia strutturato sulla base inevitabile del gioco.
Perciò uno studio sulla psicologia dello sport non può prescindere da considerazioni sulla psicologia del gioco.
Il gioco è essenzialmente un fenomeno di natura psicologica, ma i suoi aspetti sono così multiformi e complessi che da sempre esso ha attirato l’interesse degli studiosi di diverse discipline. In realtà non è facile definire che cosa esattamente si intenda per gioco. Secondo una prima definizione, il gioco è un’attività fine a se stessa, cioè una “finalità senza fine”, che è piacevole di per sé e si sottrae alle categorie temporali e che, proprio per queste caratteristiche, si contrappone all’attività lavorativa (Neri, 1959).
E’ piuttosto il modo in cui l’attività ludica si svolge, ciò che la caratterizza: plasticità, adattabilità, libertà, sono le caratteristiche che il gioco ha in comune con l’attività fantastica, cui è strettamente legato. Come la fantasia, anche il gioco è espressione di un preciso fine individuale che non è puramente biologico, come voleva Spencer, secondo il quale il gioco è essenzialmente una manifestazione di energia in “più”, sovrabbondante rispetto agli scopi vitali (Alexander, 1958), o come voleva Gross, secondo il quale esso costituirebbe una forma di esercizio che prepara, negli animali e nell’uomo, le funzioni adulte. Attività fantastica ed attività ludica sono piuttosto delle forme di espressione e di espansione della personalità, dei modi di superamento e di anticipazione del reale. Il gioco è quindi un fenomeno fondamentale della evoluzione psichica della persona, un potente strumento di maturazione e di adattamento, un’espressione del passaggio dall’isolamento dell’inconscio alla relazione sociale dell’io (Quadrio, 1962).
La difficoltà di dare una definizione ed una interpretazione univoca del gioco è in rapporto con la molteplicità delle espressioni: lungo le varie tappe dell’età evolutiva il bambino gioca in modi sempre nuovi e, forse, con intenti sempre nuovi.
Lo studio di quelle che Chateau ha chiamato “strutture ludiche” mostra che allo sviluppo progressivo delle varie funzioni, sempre più complesse ed integrate, corrisponde nel bambino la possibilità di altrettanti comportamenti ludici, che sono espressione della integrazione di attività elementari in comportamenti più complessi. Esistono vere e proprie strutture elementari (camminare, correre, ecc.) che, variamente integrandosi in schemi percettivi, motori ed intellettivi sempre più complicati, danno origine ad una serie di comportamenti di gioco che affiorano gradualmente alle varie età. Non bisogna però cadere nell’errore di intendere il gioco (come del resto qualunque altro fenomeno psicologico) come l’effetto di una graduale maturazione di funzioni epigeneticamente presenti nell’organismo; è vero, invece, che, l’ambiente familiare e sociale, con tutte le variabili affettive che comporta, condiziona fortemente le possibilità e le modalità evolutive.
Una prima fase dell’attività ludica corrisponde al gioco puramente funzionale inteso come soddisfazione, fine a se stessa, di esercitare un’efficienza sensoriale e motoria.
Ad un livello più differenziato compare, nel bambino, il gioco destinato ad un fine più esplicito, che è quello di provare le proprie forze, di avere consapevolezza oltre che padronanza dei propri movimenti, di imitare alcune attività che appaiono espressione specifica dell’essere adulto: nel gioco il bambino realizza la duplice possibilità di imitare l’adulto anticipando la propria evoluzione e di sfuggire la responsabilità dell’adulto restando ancorato al suo illusorio rapporto con la realtà. Il gioco non esprime solo il desiderio di rimanere bambini, ma, come dice Freud, si manifesta sotto l’influenza del potente desiderio individuale di crescere. Il bambino trova nel gioco uno sfogo che gli consente un confronto paradossale con la realtà: si crede libero e non è più frustrato dal rapporto con il reale, crea situazioni immaginarie che attivamente affronta e domina, aiutandosi così a sopportare e superare l’ansia delle concrete situazioni vitali.
Possiamo dire che il bambino si crea con il gioco il proprio mondo e ricostruisce una situazione spontanea in cui proietta tutte le tendenze che corrispondono alla sua realtà interiore. Nel gioco, il divieto viene fatto proprio dal bambino e trasferito su qualche oggetto esterno che lo rappresenta simbolicamente. Ad esempio: il bambino che è stato frustrato da un divieto paterno, ripete lo stesso divieto al suo orsacchiotto, con cui si è identificato e, nel ripeterlo attivamente, finisce sostanzialmente per accettarlo. Bisogna aggiungere anche un’altra caratteristica “terapeutica” del gioco escogitato dal bambino: il ripetersi della situazione consente di viverla con una sempre minore partecipazione ansiosa, proprio perché la situazione frustrante viene ogni volta superata. E’ importante, a questo proposito, soffermarsi un momento su un elemento essenziale per comprendere bene il fenomeno del gioco: il concetto di attività ripetitiva. In realtà, questo concetto sembrerebbe in qualche modo in contrasto con il carattere di libertà, di giocosità e di spontaneità del gioco; la ripetizione implica, infatti, un certo grado di organizzazione e, quindi, di limitazione. Bisogna, d’altra parte, considerare che il concetto di ripetizione applicato al gioco non si riferisce tanto alla ripetizione derivante da stimoli applicati dall’esterno, quanto a quella che deriva dall’interazione spontanea delle tendenze e degli impulsi interni. E’ noto, del resto, come il comportamento ripetitivo non possa essere inquadrato in una interpretazione univoca: esso può essere meglio definito secondo alcune categorie. Abbiamo, in primo luogo, la ripetizione che deriva dalla normale periodicità di certi bisogni periodici (basti pensare alle attività biologiche primarie come il sonno ed il nutrimento). Un’altra categoria di comportamenti ricorrenti è espressione della continua lotta che si svolge tra gli impulsi biologici rimossi nell’inconscio e le controforze psicologiche che agiscono in senso repressivo. Esiste poi un terzo tipo di ripetizione: è quello che riguarda le esperienze traumatiche, che vengono rinnovate nella rappresentazione mentale e nell’azione allo scopo di renderle sempre più dominabili e, quindi, accettabili. Questo tipo di ripetizioni è quello che più direttamente interessa il fenomeno gioco, in cui molte volte si realizza. Qui la ripetizione è messa in atto perché è un mezzo per scaricare gradualmente la tensione che si è venuta a creare nell’organismo in seguito ad una situazione traumatica, di frustrazione; poiché la ripetizione si svolge in condizioni favorevoli al soggetto, poiché il gioco è sotto il suo controllo, un’ulteriore rassicurazione è ottenuta con l’inversione dei ruoli, cioè con il fatto che il bambino, giocando, ogni volta che lo può, assume il ruolo del più forte, del più potente, mentre assegna la parte passiva, debole e sofferente ad un giocattolo o ad un altro bambino. Mediante questo meccanismo, il bambino può rivivere in forma attiva ciò che prima ha sperimentato passivamente.
Il gioco ha anche una funzione psicoterapeutica. In esso, infatti, il bambino ha la possibilità di esprimere la sua esuberanza vitale, di avvicinare la realtà in forma meno frustrante e più libera, di manifestare in forma simbolica i suoi problemi. Tutto ciò contribuisce a rendere il gioco una sorta di valvola di sicurezza, attraverso la quale le esperienze vitali possono essere vissute in forma più sopportabile, in modo che il bambino non avverta più il bisogno di fuggire da esse, ma possa fronteggiarle e sentirsi capace di dominarle e assorbirle nella sua consapevolezza (Bristol). E’ quindi evidente la funzione preventiva e terapeutica del gioco, funzione che si svolge spontaneamente, quale espressione, naturale in tutti i bambini, della capacità individuale di autoregolazione e di adattamento e che può anche divenire strumento tecnico, guidato ed organizzato scientificamente a fini psicoterapeutici.
Il problema della tecnica psicoterapeutica basata sul gioco si fonde essenzialmente sulla interpretazione del gioco stesso: esistono diversi modi di interpretazione, ma alla base di ogni diversa impostazione tecnica sta la considerazione che il gioco costituisce la forma espressiva più significativa dell’età infantile e che, pertanto, tiene luogo delle altre forme di comunicazione proprie dell’adulto.

11 ottobre 2007

LETTERA AI MIEI PULCINI CHE HANNO VINTO 40 A ZERO

LETTERA AI MIEI PULCINI CHE HANNO VINTO 40 A ZERO

Cari ragazzi, so che le polemiche non erano per fortuna rivolte a voi, ma so benissimo che non riuscite a capire perché qualcuno vi accusi di aver vinto facendo troppi goal. E avete bisogno di spiegazioni, di certezze. Qualcuno vi deve pur spiegare perché siete stati accusati di aver fatto troppi goal. Avete vinto una partita per 40 a zero e invece dei complimenti sono arrivate le critiche, aspre critiche. Questo è un fatto Difficile da capire per un bambino che entra in campo desideroso solo di vincere e di fare più goal possibili, di giocare a calcio nel modo migliore come gli hanno sempre insegnato.
Gli adulti (giornalisti, opinionisti, genitori, allenatori) hanno perso ancora una volta una splendida occasione per tacere, per lasciare il gioco tutto nelle vostre mani: avete giocato bene, avete rispettato le regole, siete stati corretti in campo e con i vostri avversari. Il mondo sporco delle polemiche del calcio doveva rimanere fuori dal vostro gioco, doveva rispettare di più sia voi che avete vinto, sia i vostri piccoli avversari che hanno perso. Avevano una bellissima carta da giocare: il silenzio. Voi siete dei bambini, entrate in campo per giocare fino all’ultimo minuto, restare in campo a palleggiare umiliando i vostri avversari perché ritenuti non all’altezza del vostro gioco è qualcosa di estraneo al vostro mondo di bambini che vogliono giocare, giocare, sempre e solo giocare. Nessuno ha pensato che andavate protetti… tutti. Che tutto questo clamore non doveva sfiorarvi . Si sono dimenticati di voi, si sono dimenticati che anche voi siete dei bambini, esattamente come i vostri piccoli avversari che hanno perso. Non dei campioni o dei super-bambini, semplicemente dei bambini che hanno giocato una splendida partita.
Per questo motivo io vi dico bravi, ancora una volta bravi. Avete giocato bene, vi siete impegnati ed avete vinto. Non ho niente da rimproverare né a me né a voi. Finché entrerete in campo rispettando le regole del gioco, rispettando i vostri avversari, tenendo un comportamento corretto sul campo, non dovete temere di essere rimproverati, non dovete temere che il vostro allenatore vi dica di non segnare più goal. Per questo, coraggio! Andate avanti così, non lasciatevi intimidire dalla critiche, anche questo potrà aiutarvi a diventare se non dei futuri campioni almeno futuri uomini sicuri di sé e dei propri valori.
Avete vinto in modo corretto: nessuno deve infangare o sminuire la vostra netta vittoria.
E i vostri piccoli avversari? Anche loro sono stati vittime di tutto questo inutile chiasso. Hanno perso giocando contro di voi ma non si sono arresi, anche loro hanno giocato fino alla fine. Certo non sono stati contenti di aver perso, quale bambino lo sarebbe? Ma sono sicuro che finita la partita pensavano solamente alla prossima: pronti per una rivincita con un’altra squadra. Invece qualcuno ha voluto trasformarli in piccole vittime. Per questo chiedo scusa a voi e a loro a nome di tutti quelli che hanno parlato a sproposito, infangando il vostro gioco pulito e pieno di entusiasmo.
Voi bambini siete la cosa più bella e più pulita del calcio, il vero motivo per il quale non mi arrendo e continuo ad amare questo sport meraviglioso.

09 ottobre 2007

DOPO IL 40-0 dei miei PULCINI

Vi elenco le migliori "Battute" sul 40 a zero che ho ricevuto per telefono o per email (ho messo solo quelle divertenti, quelle cattive ve le ho risparmiate, erano molte di più...):
1. "Pronto parlo con il mister Rusca Giuliano e i 40 ladroni?" (sms)
2. "Cancella il mio numero di telefono dalla tua rubrica io non voglio avere nulla a che fare con uno che fa piangere i bambini!" (sms)
3. "F E R M A T I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I"(le I sono 40)sms
4. Che delusione da te non me l'aspettavo (40 email)
5. Sei da telefono azzurro... (email)
6. 40 punti in meno... (sms)
7. No!! anche tu Bruto, disse il Pergo dopo la quarantesima stilettata!! (sms)
8. 40 punti in meno sul patentino da "alleducatore" (email)
9. 40 piccoli gol ed un grande autogol (sms)
10. Ti aspettiamo al prossimo convegno sul "calcio educativo"(sms)

ALLENATORI VERI COMUNICATORI

Z. ZEMAN
Non c’è nulla di disonorevole nell’essere ultimi. Meglio ultimi che senza dignità»
"Tutte le partite partono dallo 0-0, sta alla squadra cambiare il risultato."
"Moralmente mi sento primo in classifica." (commento sul complotto del '98-'99)
"Be'...se non abbiamo vinto lo scudetto vuol dire che abbiamo sbagliato qualcosa..."
"Non importa quanto corri, ma dove corri e perchè corri."
Giornalista: “La Salernitana segna molto ma prende anche molte reti. Come mai?”
Zeman: “Perché nel calcio ci sono le porte; se le leviamo, non succede.”

05 ottobre 2007

ALLENATORI VERI COMUNICATORI

ALLENATORI VERI COMUNICATORI

Trasferta francese per il Milan di Nereo Rocco."Bonjour Monsieur Rocco, mon ami".E lui: "Mona a mi? Mona a ti e anca testa de gran casso!""Colpite tutto quel che si muove a pelo d'erba. Se è il pallone, meglio..."

Una volta Nereo Rocco all'Appiani ( Stadio di Padova), in allenamento, ordinò a due giocatori del Padova di saltare in groppa a Blason e poi disse: "Rebus, citta' abruzzese, sette lettere". Nessuna risposta. E il paron, lapidario: "Sulmona" (Gianni Mura).
NEREO ROCCO


Frasi famose di Oronzo Pugliese:

"Date, pigghiate... fescite, fescite.
Acciaffat' a cudde... Vedite, Vedite.
Uagliò,la palle: ca se no ji t'accide"

"Acciaff'a cudde... vite,vite.
Uagliò la palla, ca se no t'accide"
"Uagnune, nda denz'a le uà,
nu amà scì in serie A.
Forz' alle gamme, forz'a le becchine
non zite facenne le signorine.Forza, uagnune...
Acciaffate ddò, acciaffate ddà,
non zite facenne le baccalà
perchè ama scì in serie A"

L'IMPORTANZA DELL'ALLENATORE NEL SETTORE GIOVANILE

Allenare ed educare i giovani al gioco del calcio non è un compito semplice, occorre che il tecnico sia in grado di miscelare qualità tecniche, tattiche, educative, psicologiche e comunicative, tenendo sempre in considerazione le fasce d’età a cui si rivolge. Le sue competenze riguardano gli ambiti di insegnamento in età scolare ed una sufficiente conoscenza delle problematiche legate alle dinamiche dell’apprendimento motorio. Deve, inoltre, conoscere e tenere presente i processi che regolano la maturazione fisica e le fasi sensibili che sono alla base dello sviluppo biologico dell’apprendimento, in special modo delle capacità coordinative (capacità di controllo motorio, capacità di adattamento e trasformazione, capacità di apprendimento motorio), supporto essenziale nell’esecuzione dei gesti tecnici. Per l’allenatore dei giovani calciatori, possedere queste qualità caratteristiche, risulta determinante evidentemente per ottenere risultati gratificanti, ma soprattutto per ridurre eventuali errori e non compromettere la potenziale crescita del giovane.
L’allenatore giovanile deve essere consapevole che la sua opera ha una valenza formativa e deve essere in grado di modulare la sua proposta tenendo conto delle caratteristiche proprie di ogni età. Trattare i bambini ed i ragazzi da piccoli adulti (proporre un programma didattico adatto ai grandi e ridotto solo sul piano quantitativo) nuoce alla crescita non solo tecnica, ma anche psicologica degli allievi. Esistono ancora troppi tecnici malati di agonismo e inconsapevoli assertori delle specializzazioni precoci. La realtà didattica nell’insegnamento giovanile invece non può fare a meno della sua matrice educativa che la differenzia drasticamente rispetto alle metodologie usate con gli adulti.
Appare così evidente, quindi, che nella continua evoluzione del calcio e delle conoscenze pedagogiche relative ai programmi di insegnamento, anche la figura dell’allenatore si dovrà aggiornare coerentemente a tali e relativi processi evolutivi.
L’allenatore deve formare i giovani dal punto di vista educativo e sviluppare e allenare le abilità tecnico-tattiche e motorie che il gioco richiede. Un bravo allenatore del settore giovanile deve fare apprendere con semplicità e metodo gli obiettivi didattici sia individuali che di squadra. La sola abilità nel mostrare il gesto non basta, deve soprattutto conoscere il metodo migliore per trasmettere il proprio sapere e farlo apprendere stabilmente. Deve inoltre mostrarsi sensibile nel saper cambiare e riadattare la propria programmazione in risposta alle nuove abilità acquisite ed ai progressi evidentemente conseguiti. Nella sua formazione l’allenatore deve tener conto dei seguenti fattori:
· mantenere un’elevata motivazione nel perseguire i necessari miglioramenti, cioè nell’arricchire le proprie competenze metodologiche, didattiche e psicosociale (relazionali);
· essere consapevole dei propri limiti e cercare di rimuovere le relative difficoltà;
· esaltare al massimo le proprie qualità;
· sviluppare una personale filosofia di lavoro, cercando, quando possibile, soluzioni originali e creative;
· essere sensibile ed adattarsi al contesto presso il quale si opera.

29 settembre 2007

RUBRICA: ALLENATORI NEL PALLONE 11

151. "si si Martino vai pur piano, anzi prendi lo SCUOLA BUS per tornare in difesa..." allenatore ad un proprio pulcino di 8 anni che aveva appena concluso un'azione in attacco. Commento: allenatore prudente e spiritoso;
152. "minchione, minchione sei solo un minchione...Alberto" allenatore ad un proprio giovanissimo di 14 anni dopo un errore fatto sotto porta (aveva sbagliato un gol facile). Commento: uno dei tanti allenatori MINCHIONI;
153. "ma cosa hai mangiato oggi Massi, pastina fritta?" allenatore ad un proprio pulcino di 10 anni che aveva calciato una palla con poca forza. Commento: allenatore esperto dietologo;
154. "ancora due secondi e poi ci metto un attimo a cambiarti, non ne fai una giusta Primo!" allenatore ad un proprio esordiente di 11 anni dopo una serie di errori tecnici. Commento: allenatore pitagorico;
155. "se mi capiti tra le mani ti spacco in due...Antonio" allenatore ad un proprio allievo di 15 anni dopo che il giocatore si era fatto espellere. Commento: allenatore che vede troppi films di Stallone...
156. "dai Ste metti questa palla con una parabola molle" un allenatore ad un proprio pulcino di 10 anni mentre stava facendo un cross. Commento: allenatore mollissimo ed incomprensibile
157. "neta l'area, buta via la bala " traduzione-pulisci l'area calciando via la palla- allenatore ad un proprio pulcino di 9 anni che aveva conquistato la palla in difesa e stentava a liberarsene. Commento: allenatore BAUSCIA;
158. "non fargli fare il RICCIOLO a sto pallone" allenatore ad un proprio pulcino mentre stava passando la palla ad un proprio compagno. Commento: allenatore BELLI-CAPELLI
159. "Simo cambia il passo, cambia il passo..." allenatore ad un proprio pulcino di 10 anni mentre stava rincorrendo un proprio avversario (Ha ripetuto questa frase per tutta la partita in varie occasioni). Commento: allenatore cambia il disco cambia il disco;
160. "io parlo una volta sola: FAI L'ESTERNO CENTRO!!" allenatore ad un proprio esordiente di 12 anni durante un intervallo. Commento: un altro allenatore PAGANINI;

19 settembre 2007

COME RAGIONANO I PICCOLI GIOCATORI

Il calcio richiede ai bambini un particolare impegno cognitivo e necessita della capacità di comprendere il punto di vista dell’altro. Il processo di anticipazione motoria si basa sull’abilità di saper prevedere ciò che il nostro avversario sta per fare ma, i bambini di questa età, hanno difficoltà ad assumere questo punto di vista. D’altra parte però, l’uso di questa abilità è necessario in uno sport di squadra che coinvolge molti giocatori che devono agire insieme, servendosi di una strategia comune di risposta alle azioni degli avversari.
Le difficoltà dei bambini sino agli 8 anni sono evidenti a qualsiasi osservatore a bordo campo, quando li si vede inseguire tutti la palla, scordandosi invece i ruoli che gli erano stati attribuiti in precedenza. Le ricerche hanno confermato che l’abilità di comprendere la prospettiva altrui si afferma in maniera completa tra gli 8 e i 10 anni. In relazione a questa competenza, una possibile ragione di abbandono dall’attività calcistica si presenta nei casi in cui gli allenatori e i genitori si aspettano dai bambini più di quanto gli è consentito dal loro sviluppo cognitivo. In questo tipo di situazioni i bambini possono sperimentare una notevole frustrazione e sentirsi non apprezzati e capiti dagli adulti, che richiedono loro di svolgere dei compiti superiori alle loro capacità attuali. In alternativa, genitori e allenatori non dovrebbero preoccuparsi se i bambini si comportano come le api che corrono tutte dietro il miele ma dovrebbero stimolare l’entusiasmo dei bambini e il piacere che traggono dal movimento.
Un altro aspetto cognitivo importante riguarda la comprensione, da parte dei bambini, delle cause dei risultati delle azioni. In altre parole a cosa attribuiscono, ad esempio, il prevalere di una squadra sull’altra oppure a cosa attribuiscono la maggiore competenza di un compagno rispetto agli altri? Da adulti siamo consapevoli che successi/insuccessi possono derivare da più aspetti diversi (ad esempio, l’impegno, la fortuna, l’abilità personale, la difficoltà dei compiti da svolgere o la competenza degli altri) ma per i bambini questo pensiero rappresenta un punto di arrivo che in prima e seconda elementare non possiedono. La ricerca ha evidenziato che sino a 10-12 anni i giovani non sanno distinguere con esattezza fra questi diversi fattori quelli che in una singola prestazione hanno determinato il successo della loro squadra o la qualità della loro prestazione.
Infatti, inizialmente i bambini sono attratti essenzialmente dall’eccitazione che trasmette la pratica sportiva e solo in seguito sviluppano una concezione più complessa del gioco. A questo riguardo basta pensare che già a partire dall’età di 5 anni i bambini iniziano a confrontare le loro abilità con quelle dei compagni ma che sin quasi all’adolescenza è molto scarsa la correlazione fra la percezione dei bambini delle loro competenze e la valutazione delle loro reali capacità eseguita dagli allenatori.

18 settembre 2007

STORIA DI UN PICCOLO CALCIATORE 6

Ora scrivo la sesta parte del mio racconto e vorrei dedicarla ad una riflessione.
Riflettere con i miei lettori sui motivi che spingono questo piccolo calciatore ad andare avanti a tutti i costi, cosa non lo fa arrendere?
Quale è la spinta che lo conduce verso la meta?
Vivere questa storia è stata per me un’avventura che mi ha portato a capire che non sono i premi che danno motivazione, non è ciò che avverrà dopo l'allenamento che ti motiva ma è l'allenamento stesso l’obiettivo. Superare se stesso percependo i propri limiti a volte sognando.
I sogni non sono mete irraggiungibili ma sono orizzonti da inseguire finchè non si ha più fiato, finchè il cuore tiene. Il sogno è andare oltre, perchè una volta che si è a terra stremati e non ce la fai a muovere più neanche un muscolo, e nel momento in cui si è soli con se stessi, è lì che si raggiungono i propri sogni è in quel momento che si può dire di vivere veramente, è in quel momento che si è felici...
Ed io miei cari sono felice, ora SONO FELICE…
e il sogno continua...

IL GIOCO-SPORT CALCIO

IL GIOCO SPORT CALCIO

La pratica sportiva nella fascia che si va a considerare, 6/10 anni, è ancora nella fase embrionale. Il piccolo giocatore ha caratteristiche proprie che lo rendono totalmente diverso per obiettivi e contenuti, che deve perseguire e praticare, dalle altre fasce dell’età federali. Ecco perché la FEDERAZIONE GIOCO CALCIO indica l’attività in questa fascia d’età prima di tutto ludica e divertente , basata sul gioco e psico-motoria prima ancora che calcistica . Non necessariamente chi inizierà questo tipo di gioco-sport diventerà un giocatore di calcio pertanto le proposte dovranno tendere alla realizzazione completa delle potenzialità di ogni individuo, permettendogli di raggiungere coscienza di se stesso e delle sue possibilità di adattamento e di comunicazione con l’ambiente sociale. Il bambino tramite il gioco sport calcio deve essere posto al centro del processo formativo-educativo. Possiamo definire il gioco sport calcio come un’attività collettiva nella quale si fa uso della palla, aciclico, simmetrico, aerobico-anaerobico alternato. Un’attività per dirla in poche parole: completa e adatta ai bambini dai 6 ai 10 anni.
Penso che si debba proporre a questa età un calcio che non sia quello degli adulti, realizzato da 22 giocatori in uno spazio di circa 90 metri per 45, dove le porte hanno dimensioni improponibili e il pallone è troppo grosso per poterlo giocare. Questo è un gioco che annoia il bambino e di conseguenza lo demotiva allontanandolo dalla attività sportiva . Si deve anche dire che non è sufficiente ridurre le dimensioni del campo e dell’attrezzo palla per parlare di un’attività idonea per i bambini , quello che dobbiamo fare tutti insieme è un salto di qualità a livello culturale, cioè prendere coscienza dell’importanza educativa del gioco sport calcio e produrre un servizio formativo efficace per i giovani.
Ci dobbiamo rendere conto che parlare di educazione e formazione della personalità per mezzo di questo gioco sport, in concreto, significa stabilire quali possono essere i contributi che l’attività può dare all’intero sviluppo psico fisico del bambino di età compresa tra i 6 e i 10 anni. Si tratta di sviluppare e perfezionare tutte le capacità di cui ogni individuo è dotato, in modo che si determinino miglioramenti a livello neuro-muscolare e si creino nuovi adattamenti e ampie disponibilità sia organiche che intellettive. Le attività di gioco sport dovranno, attraverso esercitazioni concepite in modo formativo, determinare un potenziamento dell’apparato muscolare e del sistema neuro-psichico. Perché questo si realizzi nel concreto è necessario operare in modo che le gestualità necessarie siano automatizzate in modo corretto, cioè che il relativo schema motorio sia la risultante di un gesto appreso in piena aderenza con la reale struttura e nel ritmo di apprendimento di ogni bambino.

09 settembre 2007

I FONDAMENTALI TECNICI 4

IL COLPO DI TESTA
La testa nel calcio è importante non solo per pensare ma anche per colpire il pallone, perchè spesso essa può arrivare dove i piedi non possono arrivare.
La prima cosa da insegnare è quella che non bisogna attendere pasivamente il contatto, ma effettuare sempre un lieve movimento incontro alla palla.
In questo modo è il pallone e non la testa che subisce la forza del colpo. Il secondo accorgimento da suggerire è quello di non chiudere gli occhi; anzi cercare di tenerli bene aperti per capire da dove viene la palla e dove la si vuole mandare. Terzo insegnamento è quello di estendere bene il busto e al momento dell'impatto, spingerlo in avanticon un movimento rapido e vigoroso, tenendo bloccato il collo.
La giusta didattica potrebbe essere quella di:
  1. far effettuare il colpo di testa sul posto palleggiando la palla con la fronte
  2. passando poi al colpire la palla in avanti dopo aver effettuato un autolancio
  3. poi colpire la palla lanciata da un proprio compagno nelle varie direzioni (avanti, destra , sinistra, dietro)
  4. colpire la palla di testa in elevazione su un autolancio o dopo un lacio della palla effettuato da un proprio compagno
  5. in fine colpire la palla di testa dopo un cross di un proprio compagno

Una volta acquisita sufficiente padronanza con queste tecniche fondamentali, passare a specifiche tecniche come il colpo di testa in torsione o in tuffo.

ESERCIZI PER INSEGNARE IL COLPO DI TESTA
Un pallone leggero"Prima di tutto, i ragazzi devono iniziare con un pallone leggero. Quando sono molto giovani, è meglio che non usino palloni pesanti, per ovvi motivi".Da soli o in coppiaCome i passaggi di piede, anche il colpo di testa si può imparare divertendosi con tutta una serie di esercizi diversi. "Potete cominciare da soli, palleggiando con il pallone sopra la testa". "Poi potete esercitarvi con un compagno: lui vi lancia il pallone e voi, di testa, glielo restituite".Legare il pallone ad una fune"Un altro esercizio si fa col pallone appeso ad una fune. Lo si colpisce dopo una breve rincorsa, oppure saltando".Il centro della frontePer colpire correttamente il pallone si deve impattarlo con la parte centrale della fronte. "Non si devono chiudere gli occhi al momento dell'impatto col pallone". "È così che si rischia di farsi male. Per esempio, ci si può fare male se si chiudono gli occhi e si abbassa la testa, colpendo il pallone con la parte superiore del capo.Un impatto deciso"Questi semplici esercizi servono a dare ai giovani l'opportunità di abituarsi a colpire il pallone nel modo corretto, con la fronte, con un movimento corretto del collo e del corpo, per un impatto forte".Tennis di testaIl "tennis di testa" è un altro esercizio divertente cui i giovani possono giocare per imparare. "Uno dei migliori esempi di allenamento ai colpi di testa l'ho visto fare ai ragazzini di dieci anni del club olandese AFC Ajax". "Giocavano due contro due, con una rete alta come quella del badminton. I ragazzi potevano passare la palla di testa al compagno, lo scopo era mandarla oltre la rete, un gioco simile al tennis".L'importanza del salto:Colpire di testa significa anche imparare ad andare incontro al pallone. Il modo migliore per saltare durante la corsa, ad esempio, è staccarsi da terra con un piede solo. Si può imparare a restare più a lungo in aria aiutandosi con le braccia, che aiutano a dare equilibrio al corpo.Tuffi acrobatici. I ragazzi possono anche esercitarsi a spettacolari colpi di testa in tuffo. "I giovani adorano i tuffi acrobatici -, lo si può insegnare prima lanciando il pallone direttamente verso il ragazzo, che si deve tuffare e colpire il pallone. Poi, per aumentare la difficoltà, si può lanciare la palla di traverso. Una cosa da ricordare è che, ovviamente, i ragazzi devono tuffarsi su una superficie morbida''.Il tempismo è tutto"Il colpo di testa è un po' come un tiro al volo, è una questione di tempismo, e questa è la cosa più difficile da insegnare: arrivare sul pallone al momento giusto, quando quello si trova in un punto preciso". Non siete alti? Nessun problema! La bassa statura non rappresenta uno svantaggio nel gioco aereo, purché si abbia un buon tempismo, una buona elevazione e sufficiente potenza. "Il nazionale inglese Michael Owen è un ottimo esempio di giocatore non particolarmente alto ma abile nei colpi di testa".S'impara per gradi"I giovani calciatori devono imparare per gradi a colpire di testa. Fino a circa dieci anni, devono provare con gli esercizi più semplici, poi possono iniziare a passare a qualcosa di più complesso".

29 agosto 2007

STORIE DA BAR SPORT 14

E' iniziato il Campionato di Calcio 2007/2008 è lunedì e mi tocca la discussione al Pierino's Bar!
Sono arrivato alle 14.00 e la discussione è già iniziata da un pezzo. "Ma come si fa a non mettere dentro il Crespo?" interviene il Walter, che prosegue con una delle sue sentenze: "l'Udinese e una squadra di mezza classifica e il Mancio sel fà cusè el fa giugà la squadra con du punt, ma no! ma no! se po minga dai se po minga!! no no se po no andà avanti inscì, chel schi el sbaglia semper la furmasiun!!" Il Pierino gongola il suo Milan ha vinto 3 a 0 a Genova, e dall'alto del suo sgabellone PONTIFICA: "quest'ann ghe ne minga fem -LONGPLEIN- a vincium tuscoss: SUPER COPPA,COPPA INTERCONTINENTALE, CAMPIUNA' E COPPA DEI CAMPIONI. ALEGHER -ALEGHER- RETTEE SU TUTA LA LINEA...".
La GAZZA è lì sul tavolino e con il titolo a tutta pagina:"VOLANO TUTTE (tranne l'Inter)"spiega al meglio la prima giornata. E' un inizio di campionato difficile per l'Inter molti giocatori fuori condizione, qualche infortunio importante (vedi Materazzi) e quello che sembra preoccupante è che i giocatori siano ancora con la testa ai festeggiamenti per la vittoria del 15° scudetto. Gli Juventini, che per tutto il pre-campionato avevano volato basso, dopo la vittoria contro il Livorno per 5-1 alzano la cresta e quello che sembra il più gasato è il Pasquale, ne ha per tutti e il suo primo bersaglio sono io. "Bello bello professur, sangue di Giuda, 5 cocuzze al Livorno abbiamo dato e chi ci ferma quest'ann? Voi Bauscia (intende l'Inter naturalmente) avete patteggiato (intende pareggiato) 1 a 1 contro l'Udinese siete già sulla -crisi di nervi -(be è comprensibile). A questo punto interviene il Fulvio che aggredisce il Pasquale:"Ma tas lì, i vinciù una partida e si dre a vantas, quest'ann arrivè a metà classifica, tel disi mi!!" La discussione va avanti per più di un'ora tra i vari "sangue di giuda"del Pasquale,"i rettee" del Pierino e i "tel disi mi" del Fulvio...quando, "senza mettere la freccia per intervenire" come direbbe il mio amico Leo il "Filosofo" entra di forza nella discussione : "A proposito di chi vincerà il campionato. Avete mai giocato ad acqua e fuoco? è molto semplice e divertente e sovente i bambini sono giocatori prodigiosi. Vi si dice caldo o freddo, fuoco o ghiaccio a seconda che vi avviciniate all'oggetto nascosto. Ma è indispensabile sapere con che cosa si gioca. Non si può trovare nulla se non si sa già cosa si deve cercare!?" Il silenzio piomba nell Pierino's Bar...tutti ci guardiamo attoniti e osserviamo il "Filosofo" che punta l'indice della mano destra verso l'alto e mentre esce dal locale dice:"meditate gente, meditate !!" Il silenzio è sostituito da un brusio e il brusio da un:"Ma va a ciapà i rat Filosofo, Ti de Baloun te capiset nagot! Parlà de foutbol cun tì le com a ciapà un busciun e ciuciall (TRADUZIONE DOVUTA: Ma vai a prendere i ratti Filosofo, tu di pallone non capisci nulla e parlare con te di calcio è come prendere un turacciolo e succhiarlo)" del Pierino (quando ce vò ce vò penso tra me e me). Applausi a scena aperta per il PIERINO.

22 agosto 2007

STORIA DI UN PICCOLO CALCIATORE 5

...durante gli esercizi sembravo un goffo essere incapace di muoversi, facevo una fatica bestiale a spostarmi e tutto il lavoro che non riuscivo a fare con le gambe lo facevo con le braccia.
Ma la voglia di giocare era tanta e così durante la FISIOTERAPIA ci mettevo sempre più impegno, mi sforzavo fino a che il dolore mi faceva cadere a terra e non sentivo più la parte inferiore delle gambe, dovevo farcela, volevo farcela!
Così un fantastico giorno di luglio cominciai a... correre! Si a CORRERE!!
Mi sembrava di avere i piedi di un burattino di legno, ogni volta che si alzavano da terra per poi ricadere era un supplizio! Non sentivo male, quello che provavo era una sensazione strana quasi di impotenza nei confronti di una parte del mio corpo che non riuscivo a comandare. Ma sentire l'aria che accarezzava il mio viso in particolare e il mio corpo che si spostava a una velocità abbastanza elevata(fino ad allora avevo solo camminato) era una sensazione fantastica, per la prima volta dopo sei mesi di “agonia” mi sentivo libero, mi sentivo finalmente vivo e…normale.
Dopo questo "successo" e dopo alcune accurate visite mediche di controllo e il naturale bene placido dei miei genitori; nell'inverno del 2005 ecco l'iscrizione e l'inizio degli allenamenti nella squadra dell'oratorio la mitica O.L.R., per me, la più grande squadra dell'universo...

23 luglio 2007

STORIA DI UN PICCOLO CALCIATORE 4

...infatti quando mi alzai dalla sedia a rotelle le mie gambe, dopo due mesi di completa inattività, non riuscivano più a sostenere il peso del mio corpo e così per camminare dovetti usare un'altro strumento di ferro o meglio due: le stampelle.
Forse erano meglio della sedia a rotelle perchè almeno potevo stare in piedi ma dolorosissime per le bracia e per le mani...nonostante tutto, questo strazio passò in fretta; il mese con le stampelle volò via senza che io me ne accorgessi così un giorno, forte della fisioterapia fatta a casa con l’aiuto di mio padre, cominciai, proprio come un bambino, a fare i primi passi e dopo un altro mesetto di "zoppicate" cominciai finalmente a camminare normalmente....finalmente potevo camminare, vedere il mondo dalla un’altra prospettiva senza bisogno di nessun attrezzo che mi aiutasse, ma non mi sentivo completamente sollevato dato che non riuscivo ancora a correre e tanto meno a giocare a calcio.
I miei piedi era come se pesassero il doppio del normale e io non riuscivo ad alzarli da terra contemporaneamente, come se delle catene invisibili li imprigionassero. Così capii che il mio supplizio non era ancora finito. Guardando gli altri giocare a calcio in me la passione per questo sport aumentava! Non riuscivo a farne a meno così cominciai a giocarci anche se non riuscivo a correre anche se non riuscivo a calciare, io volevo giocare, solo giocare a quel maledetto/benedetto sport. Da allora cominciai ad esercitarmi senza tregua...

20 luglio 2007

STORIA DI UN PICCOLO CALCIATORE 3

STORIA DI UN PICCOLO CALCIATORE (parte 3)
...l'ospedale mi sembrava una grande prigione dove mi avevano recluso e legato al letto . Per fortuna i giorni all'ospedale finirono presto e potei andarmene a casa.
Non andai a scuola per una settimana. La casa dopo tutto era abbastanza confortevole e poi c’erano i miei genitori che non perdevano occasione per cercare di tirarmi su, e i miei amici mi venivano a trovare spesso. Nonostante tutta la monotonia degli SPAZI sempre uguali, con la mia carrozzina mi muovevo che era una bellezza nulla turbava il mio animo, niente soffocava la mia fantasia anche se la mia sedia a rotelle non poteva volare... già la mia sedia a rotelle...mi sembrava che quelle ruote avessero preso il posto delle gambe rendendomi inutile come un pedone su una scacchiera!
Dopo una settimana tornai a scuola, e fu bello rivedere tutti i miei compagni di classe ma non fu lo stesso per gli insegnanti! Mi stavano addosso erano preoccupati come se da un momento all'altro fossi potuto stramazzare a terra, cosa difficile dato che stavo sempre seduto. La loro mania era quella di spingermi, volevano guidarmi ovunque mi spostassi, secondo me è una deformazione professionale! Non si rendevano conto di farmi sentire "un diverso".
La cosa terribile fu questa infatti: “sentirsi diverso”, in quel momento ero un malato, un disabile uno che non poteva fare le cose da solo...quella era la cosa che più odiavo....ebbi molte crisi e si insinuò in me l’idea di non potermi più rialzare da quella stramaledetta sedia, come se "lei" non mi volesse lasciare, come se si fosse voluta servire di me per restare in vita...
Grazie a dio stavo solo delirando infatti dopo due mesi di inferno mi tolsi quei gessi e mi alzai in piedi per la prima volta dopo tanto tempo; mi resi subito conto che forse la parte più difficile stava per iniziare...dalla sedia a rotelle alle stampelle...l'incubo continuava...

18 luglio 2007

STORIA DI UN PICCOLO CALCIATORE 2

STORIA DI UN PICCOLO CALCIATORE (parte 2)
Quanti anni passati nella piscina comunale a fare nuoto (“il nuoto fa bene, è uno sport completo” diceva mia madre! E allora via: vasche a dorso, a rana, a stile libero e persino a delfino! Una noia mortale. Al sabato però andavo a vedere i miei amici che giocavano a calcio nella squadra del paese, e li sognavo di mischiarmi a loro di prendere la palla scartare tutti gli avversari e tirare in porta e fare GOL! Non ce la facevo più volevo giocare! Rompevo le scatole ai miei genitori come solo un bimbo sa fare quando vuol ottenere qualcosa: VOLEVO GIOCARE A CALCIO! Mio padre allora mi porto da un luminare dell’ortopedia che sentenziò: “A questo bimbo si possono raddrizzare i piedi, bisogna operare subito però non c’è un attimo da perdere!”Ecco la cosa che sconvolse la mia vita! All’inizio della seconda media si realizzò l’operazione ai piedi per sistemare il “piattismo bilaterale” che avevo. Mia madre mi parlava delle difficoltà che avrei dovuto incontrare, ma il tutto non mi spaventava tanto. Solo l'idea di stare su una carrozzina due o tre mesi mi lasciava un pò di timore per non dire terrore. Ma più si avvicinava il giorno dell'operazione più avevo paura, paura che da quella sedia a rotelle non mi sarei più rialzato, paura che non avrei avuto più la forza di correre saltare e soprattutto giocare a calcio...così quando arrivò quel maledetto giorno non ero del tutto pronto: arrivai all'ospedale alle 9 del mattino e solo dopo mezzora ero già in sala operatoria...quando mi risvegliai (in preda alle convulsioni) i miei piedi erano avvolti da due gessi di color bianco e dato che ero ancora sotto l'effetto dell'anestesia non riuscivo a parlare e il dolore dei talloni che pulsavano contro il gesso era un lamento soffocato da una stanchezza innaturale quasi sotto l'effetto di una droga ciò che mi accadeva intorno non mi sfiorava per nulla in quel momento c'ero io e i due gessi che avevo ai piedi...