Settembre 13, 2007 in Mandela, libertà, paure
La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.
E’ la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo: ” Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso? “
In realtà chi sei tu per NON esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi cosicchè gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.
Nelson Mandela
10 dicembre 2009
08 dicembre 2009
LA SQUADRA DELL'ORATORIO
LA SQUADRA DELL’ORATORIO
BARBAJANNA è sempre stata una fucina di buoni calciatori. Purtroppo, non essendo comune, (Barbajanna è una frazione nel comune di Leinà), per molte gare non godeva di certe “agevolazioni” soprattutto durante le competizioni eliminatorie che preludevano alle finali in campo provinciale. Noi si doveva fare le qualificazioni delle qualificazione per poter poi partecipare al torneo di qualificazione al torneo vero(non era giusto si diceva nello spogliatoio). In quegli anni, siamo nei favolosi anni sessanta, eravamo infatti costretti ad imporci sui numerosi e forti atleti di Leinà prima di passare a qualsiasi torneo locale. La nostra era una sparuta squadra, quattordici elementi di dieci e undici anni, tutti con un’unica passione il gioco del calcio. Eravamo la mitica squadra dell’oratorio, un gruppo di scalmanati giovinastri che colpiva tutto ciò che si muoveva e rotolava all’interno del campo di gioco. Per molto tempo dell’anno, avendo l’Angelo Danelli il contadino padrone del campo da calcio, seminato a granturco il campo stesso, eravamo costretti a svolgere i nostri allenamenti nel cortile adiacente alla chiesa, dove ogni scivolata sul terreno di gioco ci procurava ustioni di secondo e terzo grado. Ci allenavamo con la presenza di un commissario (nel vero senso della parola) , l’Argia (il nostro allenatore) era un commissario delle ferrovie dello stato, che ci spronava con parole gentili del tipo: “siete delle rape e cavar sangue da voi è impossibile!Bestie da soma, non valete niente!” per cui le nostre prestazioni sollecitate da così tanto acume psicologico a volte ne risentivano. Ma bastava sentire l’odore delle maglie sudate e il rumore dei tacchetti con i chiodi sul terreno da gioco per scatenarci e iniziar a menar calci a destra e a sinistra! Ci temevano tutti. Vincevamo quasi tutte le partite il nostro motto era: “Si vince con le buone o con le cattive altrimenti non si vive”. Solo L’Argia, a volte, faceva sì che, utilizzando trucchi da vero MAGO riusciva a farci perdere,e in quei frangenti negli spogliatoi volavano parole di fuoco sull’Argia e su quella santa donna che se l’era sposato.Non avevamo attrezzature e molto spesso dovevamo… arrangiarci, rubando (mi vergogno a dirlo ma lo facevamo) letteralmente palloni, magliette e pantaloncini nei campi ove svolgevamo le partite.Ricordo il… “furto” capolavoro di un pallone di cuoio, perpetrato nel Campo Comunale di Leinà.Il nostro compagno portiere, detto “il portinaio” per le numerose uscite a vuoto e per l’eleganza con cui subiva certe reti, sembrava facesse passare il pallone quasi con un ossequioso inchino si chiamava Rocco. Durante il riscaldamento, tra una sigaretta e l’altra, si fumava lui diceva che lo rilassava e lo riscaldava, calciò volutamente l’attrezzo al di là del muro di cinta del campo. Li attendeva Angelino, detto Arsenio per la sua capacità di rapinare in area di rigore tempo e spazio agli avversari, qualità che riusciva a trasportare anche nella sua vita di tutti i giorni. Questo rapido centrocampista di quantità, raccattava furtivamente il pallone e fuggiva come un fulmine verso la macchina dell’ignaro Argia, che impegnato nello studio di tattiche perdenti si ritrovava complice di un furto. Di solito “Arsenio” nascondeva nel portabagagli il pallone rubato e precisamente nella reticella portaoggetti e poi tornava a riscaldarsi con noi. Non essendo degli stupidi i dirigenti del Leinà si accorsero della nostra bravata e comprendendo il nostro vero intento, invece di farci punire dal nostro allenatore “commissario”, ci fornirono di attrezzature, il che ci consentì di svolgere la nostra attività per parecchio tempo senza pensare AD ALTRI piani di rifornimento furtivo.
Eravamo dei veri balordi e a questo proposito non posso esimermi dal raccontare un episodio che allora fece epoca, e fece parlare la popolazione dell’intero comune per mesi e mesi sull’argomento: “gioventù bruciata-non ci sono più i giovani di una volta” (frase sempre in bocca a tutti i ben pensanti).Recatici a Rodo per le finali del Torneo degli Oratori, faceva parte della comitiva anche un ragazzo dal nome: Paolone, che vista la sua stazza, la sua mole e la sua proverbiale cattiveria faceva la punta di sfondamento. Si trattava di una “massacratore” di centromediani avversari. Lui non li dribblava i difensori lui li abbatteva passandoci sopra. Con loro non aveva semplici contrasti aveva degli scontri dirompenti. La sua testa era il terminale di un’arma impropria. Una volta diede una testata ad un palo e noi corremmo tutti a sincerarci che IL PALO non fosse stato danneggiato seriamente e si potesse continuare a giocare, Lui non la prese bene questa nostra spiritosaggine e nello spogliatoio ce lo dimostrò prendendoci a frustate con l’asciugamano bagnato, fu terribile. Quel giorno, negli spogliatoi, così, tanto per divertirci, vista l’importanza della partita, incitavamo il nostro compagno a fare di più e meglio ad ogni sua “cortesia”sull’avversario. E quel giorno caricato per bene, Paolone in campo ce la mise tutta rifilando botte da orbi a tutto ciò che gli passava nelle vicinanze. Così verso la metà del secondo tempo, dopo l’ennesimo tentativo di tranciare la tibia del diretto malcapitato avversario, l’arbitro decise di mandarlo fuori, esibendogli sotto il naso il cartellino rosso. Il Paolone non ci vide più e fece vedere a tutti di che era capace. Alla vista del cartellino rosso si trasformò in una bestia e iniziò un irresistibile “sprint”, lasciando di stucco tutti gli altri giocatori, condusse una volata feroce, urlando come una belva ferita, verso la porta avversaria e giungendo li a velocità straordinaria si aggrappò alla rete e iniziò a strapparla con un impeto selvaggio. Dopo aver divelto la rete dai ganci della porta corse di nuovo, questa volta verso il centro del campo, con la rete tra le mani. Si stava dirigendo verso il povero arbitro, che atterrito era immobilizzato anzi direi pietrificato e guardava con rassegnata preoccupazione tutta la scena. Quando il Paolone raggiunse l’arbitro lo avvolse nella rete e buttandolo per terra lo trascinò per una decina di metri. Mancavano i leoni e poi si poteva dire di essere in una arena romana in presenza di gladiatori e vittime da sacrificare. Un vero disastro! Ad un certo punto, a fatica, il Paolone venne da noi immobilizzato e portato fuori dal campo a forza. Lo sforzo fu sovrumano: dovemmo trattenerlo e legarlo con la stessa rete con la quale aveva avvolto l’arbitro e con degli schiaffi in pieno viso cercammo di farlo rinvenire da quella transagonistica bestiale. Nello stesso tempo alcuni di noi dovettero anche tenere sotto controllo l’Argia perché cercava il Paolone e se lo avesse preso lo avrebbe massacrato di botte! Un vero delirio! Ad un tratto la scena mutò: sul campo arrivarono i vari genitori delle squadre presenti al torneo, i quali affermarono che non si poteva accettare tale gesto di maleducazione e di violenza inaudita (bè non avevano tutti i torti): “serviva una punizione esemplare, i giovani vanno educati!” (altra frase conosciuta) così disse uno di loro e così fu!Ci fu la squalifica e la radiazione della nostra squadra da tutti i tornei oratoriani del circondario. Fu squalificato anche l’Argia, considerato a torto, secondo me, responsabile di aver messo su una squadra di delinquenti e di non saperli controllare. A noi parve subito chiaro che il mondo ci stava facendo una (delle tante)grandissima ingiustizia… così, per rivalsa, il giorno dopo la sentenza, comunicata al nostro Don Luigi da un certo Don Lamberto, responsabile dello sport della curia, andammo subito a rubare le bandierine del campo sportivo di Rodo.La nostra squadra, per qualche tempo, dovette subire gli strali, le ingiurie e anche le maledizioni delle altre compagini che ci additarono come picchiatori e scarponi(noi sinceramente ne andavamo fieri). Ma tutto questo non ci demoralizzò noi continuammo per lungo tempo, anche senza svolgere partite ufficiali, ad allenarci e tirare calci in quel cortile sterrato vicino alla chiesa e a procurarci ferite ed abrasioni che con il tempo avremmo restituito ai giocatori delle squadre avversarie.
BARBAJANNA è sempre stata una fucina di buoni calciatori. Purtroppo, non essendo comune, (Barbajanna è una frazione nel comune di Leinà), per molte gare non godeva di certe “agevolazioni” soprattutto durante le competizioni eliminatorie che preludevano alle finali in campo provinciale. Noi si doveva fare le qualificazioni delle qualificazione per poter poi partecipare al torneo di qualificazione al torneo vero(non era giusto si diceva nello spogliatoio). In quegli anni, siamo nei favolosi anni sessanta, eravamo infatti costretti ad imporci sui numerosi e forti atleti di Leinà prima di passare a qualsiasi torneo locale. La nostra era una sparuta squadra, quattordici elementi di dieci e undici anni, tutti con un’unica passione il gioco del calcio. Eravamo la mitica squadra dell’oratorio, un gruppo di scalmanati giovinastri che colpiva tutto ciò che si muoveva e rotolava all’interno del campo di gioco. Per molto tempo dell’anno, avendo l’Angelo Danelli il contadino padrone del campo da calcio, seminato a granturco il campo stesso, eravamo costretti a svolgere i nostri allenamenti nel cortile adiacente alla chiesa, dove ogni scivolata sul terreno di gioco ci procurava ustioni di secondo e terzo grado. Ci allenavamo con la presenza di un commissario (nel vero senso della parola) , l’Argia (il nostro allenatore) era un commissario delle ferrovie dello stato, che ci spronava con parole gentili del tipo: “siete delle rape e cavar sangue da voi è impossibile!Bestie da soma, non valete niente!” per cui le nostre prestazioni sollecitate da così tanto acume psicologico a volte ne risentivano. Ma bastava sentire l’odore delle maglie sudate e il rumore dei tacchetti con i chiodi sul terreno da gioco per scatenarci e iniziar a menar calci a destra e a sinistra! Ci temevano tutti. Vincevamo quasi tutte le partite il nostro motto era: “Si vince con le buone o con le cattive altrimenti non si vive”. Solo L’Argia, a volte, faceva sì che, utilizzando trucchi da vero MAGO riusciva a farci perdere,e in quei frangenti negli spogliatoi volavano parole di fuoco sull’Argia e su quella santa donna che se l’era sposato.Non avevamo attrezzature e molto spesso dovevamo… arrangiarci, rubando (mi vergogno a dirlo ma lo facevamo) letteralmente palloni, magliette e pantaloncini nei campi ove svolgevamo le partite.Ricordo il… “furto” capolavoro di un pallone di cuoio, perpetrato nel Campo Comunale di Leinà.Il nostro compagno portiere, detto “il portinaio” per le numerose uscite a vuoto e per l’eleganza con cui subiva certe reti, sembrava facesse passare il pallone quasi con un ossequioso inchino si chiamava Rocco. Durante il riscaldamento, tra una sigaretta e l’altra, si fumava lui diceva che lo rilassava e lo riscaldava, calciò volutamente l’attrezzo al di là del muro di cinta del campo. Li attendeva Angelino, detto Arsenio per la sua capacità di rapinare in area di rigore tempo e spazio agli avversari, qualità che riusciva a trasportare anche nella sua vita di tutti i giorni. Questo rapido centrocampista di quantità, raccattava furtivamente il pallone e fuggiva come un fulmine verso la macchina dell’ignaro Argia, che impegnato nello studio di tattiche perdenti si ritrovava complice di un furto. Di solito “Arsenio” nascondeva nel portabagagli il pallone rubato e precisamente nella reticella portaoggetti e poi tornava a riscaldarsi con noi. Non essendo degli stupidi i dirigenti del Leinà si accorsero della nostra bravata e comprendendo il nostro vero intento, invece di farci punire dal nostro allenatore “commissario”, ci fornirono di attrezzature, il che ci consentì di svolgere la nostra attività per parecchio tempo senza pensare AD ALTRI piani di rifornimento furtivo.
Eravamo dei veri balordi e a questo proposito non posso esimermi dal raccontare un episodio che allora fece epoca, e fece parlare la popolazione dell’intero comune per mesi e mesi sull’argomento: “gioventù bruciata-non ci sono più i giovani di una volta” (frase sempre in bocca a tutti i ben pensanti).Recatici a Rodo per le finali del Torneo degli Oratori, faceva parte della comitiva anche un ragazzo dal nome: Paolone, che vista la sua stazza, la sua mole e la sua proverbiale cattiveria faceva la punta di sfondamento. Si trattava di una “massacratore” di centromediani avversari. Lui non li dribblava i difensori lui li abbatteva passandoci sopra. Con loro non aveva semplici contrasti aveva degli scontri dirompenti. La sua testa era il terminale di un’arma impropria. Una volta diede una testata ad un palo e noi corremmo tutti a sincerarci che IL PALO non fosse stato danneggiato seriamente e si potesse continuare a giocare, Lui non la prese bene questa nostra spiritosaggine e nello spogliatoio ce lo dimostrò prendendoci a frustate con l’asciugamano bagnato, fu terribile. Quel giorno, negli spogliatoi, così, tanto per divertirci, vista l’importanza della partita, incitavamo il nostro compagno a fare di più e meglio ad ogni sua “cortesia”sull’avversario. E quel giorno caricato per bene, Paolone in campo ce la mise tutta rifilando botte da orbi a tutto ciò che gli passava nelle vicinanze. Così verso la metà del secondo tempo, dopo l’ennesimo tentativo di tranciare la tibia del diretto malcapitato avversario, l’arbitro decise di mandarlo fuori, esibendogli sotto il naso il cartellino rosso. Il Paolone non ci vide più e fece vedere a tutti di che era capace. Alla vista del cartellino rosso si trasformò in una bestia e iniziò un irresistibile “sprint”, lasciando di stucco tutti gli altri giocatori, condusse una volata feroce, urlando come una belva ferita, verso la porta avversaria e giungendo li a velocità straordinaria si aggrappò alla rete e iniziò a strapparla con un impeto selvaggio. Dopo aver divelto la rete dai ganci della porta corse di nuovo, questa volta verso il centro del campo, con la rete tra le mani. Si stava dirigendo verso il povero arbitro, che atterrito era immobilizzato anzi direi pietrificato e guardava con rassegnata preoccupazione tutta la scena. Quando il Paolone raggiunse l’arbitro lo avvolse nella rete e buttandolo per terra lo trascinò per una decina di metri. Mancavano i leoni e poi si poteva dire di essere in una arena romana in presenza di gladiatori e vittime da sacrificare. Un vero disastro! Ad un certo punto, a fatica, il Paolone venne da noi immobilizzato e portato fuori dal campo a forza. Lo sforzo fu sovrumano: dovemmo trattenerlo e legarlo con la stessa rete con la quale aveva avvolto l’arbitro e con degli schiaffi in pieno viso cercammo di farlo rinvenire da quella transagonistica bestiale. Nello stesso tempo alcuni di noi dovettero anche tenere sotto controllo l’Argia perché cercava il Paolone e se lo avesse preso lo avrebbe massacrato di botte! Un vero delirio! Ad un tratto la scena mutò: sul campo arrivarono i vari genitori delle squadre presenti al torneo, i quali affermarono che non si poteva accettare tale gesto di maleducazione e di violenza inaudita (bè non avevano tutti i torti): “serviva una punizione esemplare, i giovani vanno educati!” (altra frase conosciuta) così disse uno di loro e così fu!Ci fu la squalifica e la radiazione della nostra squadra da tutti i tornei oratoriani del circondario. Fu squalificato anche l’Argia, considerato a torto, secondo me, responsabile di aver messo su una squadra di delinquenti e di non saperli controllare. A noi parve subito chiaro che il mondo ci stava facendo una (delle tante)grandissima ingiustizia… così, per rivalsa, il giorno dopo la sentenza, comunicata al nostro Don Luigi da un certo Don Lamberto, responsabile dello sport della curia, andammo subito a rubare le bandierine del campo sportivo di Rodo.La nostra squadra, per qualche tempo, dovette subire gli strali, le ingiurie e anche le maledizioni delle altre compagini che ci additarono come picchiatori e scarponi(noi sinceramente ne andavamo fieri). Ma tutto questo non ci demoralizzò noi continuammo per lungo tempo, anche senza svolgere partite ufficiali, ad allenarci e tirare calci in quel cortile sterrato vicino alla chiesa e a procurarci ferite ed abrasioni che con il tempo avremmo restituito ai giocatori delle squadre avversarie.
30 novembre 2009
MARUT
MARUT
Ha undici anni Marut – occhi grandi, denti bianchi, sorriso splendido – ha vissuto e visto tante cose, che potrebbe scrivere un bel libro di memorie. Marut è rumeno di etnia rom, e ha trascorso metà della sua vita sulla strada. Ha dormito in un furgone, in una baracca, all’aria aperta. Ha mendicato con i genitori in Spagna e in Italia, in Francia e in Portogallo. Ha visto distruggere la sua baracca, è stato aggredito dalla polizia italiana, spagnola, francese e portoghese. Ha sentito, da sotto una coperta, come suo padre veniva picchiato per aver difeso lui e la sua famiglia, ha visto soffrire dei bambini perché non avevano le medicine, ha conosciuto la paura degli zingari quando il loro accampamento è stato dato alle fiamme. Ma Marut ha resistito. E ha ora, finalmente, trovato in questo campo nomadi quella tranquillità che lo ha portato a desiderare di fare il calciatore e io vorrei raccontarvela! Eccola:
Marut, il figlio maggiore di una famiglia Rom numerosa, che con mamma Maryam e papà Mohamed vive nella piazzolla di sosta di una zona attrezzata per Zingari, di una città, che per questioni di privacy non citerò, vicino a Milano, sogna di diventare un campione di calcio. Il ragazzo, oggi 11enne, vive nel “Villaggio” con altri Bambini e giocano a calcio tutto il giorno, quando Marut non è obbligato, dai suoi genitori, ad andare a scuola. Fin da quando aveva appena 6 anni, a differenza della maggior parte dei bambini della sua età che fanno ben altro e non per colpa loro! Mourad non desidera diventare un uomo libero da tutto e da tutti come suo padre (che non si sa bene che cosa faccia), lui vuole fare il calciatore. Il calcio non è semplicemente un divertimento, ma una vera passione e la sua professione da sogno.
Marut e i suoi amici hanno formato addirittura due squadre, che prendono il nome di due famose formazioni calcistiche della terra d’origine della sua famiglia: la Romania. Una l’hanno chiamata Dinamo e l’altra Steaua. Si sono fatti anche le maglie una, quella che indossa Marut è della Dinamo, ed è completamente rossa , l’altra, dello Steaua, è di colore bleu e rossa. Lui indossando quella della Dinamo mostra chiaramente la sua preferenza e denota la sua appartenenza alla rispettiva squadra . Il ragazzo ripete spesso: “Giochiamo tutti i giorni a pallone e noi della Dinamo vinciamo sempre!” così racconta con entusiasmo, mentre parla del suo argomento preferito.
Marut sogna di poter diventare un giorno proprio come Marius Niculae, il capitano dell’originale squadra: Dinamo di Bucaresti. “Niculae è bravissimo, un vero goleador!” sostiene il ragazzo “Segna sempre tanti gol, la squadra vince sempre(?) proprio grazie a lui!”.
Marut, che ora frequenta la prima media nella scuola dove insegno, racconta dei suoi allenamenti giornalieri per migliorare le sue capacità e rinforzare i suoi muscoli. Il ragazzo è noto fra gli amici del “villaggio” per essere un ottimo giocatore di calcio e quando è in “casa”(roulotte) non si perde alcuna trasmissione calcistica in televisione (hanno la parabolica e vedono tutti i canali satellitari). Rimane incollato allo schermo quando c’è una partita, specialmente se gioca la sua squadra preferita. In un colloquio a scuola ho conosciuto la madre e lei mi raccontato della passione di Marut con un sorriso: “Marut è bravo bambino, lui ha solo difetto del pallone. Lui gioca tuto giorno con pallone. Lui gioca con altri bambini con pallone fatto di pezza e legato con sacchetti di spesa”. Pallone fatto di pezza e legato con i sacchetti di plastica? Sono incuriosito e il giorno successivo chiedo a Marut di farmi vedere il pallone con il quale gioca con i propri amici e lui il giorno seguente me lo porta a scuola e me lo fa proprio vedere. Io cerco di prenderglielo dalle mani e lui non lo molla neppure un secondo, lo tiene stretto tra le sue mani e ripete continuamente: “bello, bello eh prof? è proprio bello!” Ha ragione è fantastico è un oggetto misto di plastica e pezza, grosso come un pallone numero quattro. Penso che non rimbalzi visto da cosa è composto, ma la cosa bella è che tutto colorato e pieno di nodi. Altro particolare: emana una puzza di cavoli marci stomachevole, è inavvicinabile!
Sul piano internazionale, Marut ammira anche Kaka, l’atleta brasiliano che al momento gioca per la squadra di calcio del Real Madrid (con la maglia numero 8). “Mi piacerebbe diventare come Niculae o come Kaka e ce la metterò tutta per realizzare il mio sogno!” conclude con un sorriso il ragazzo.
L’altro giorno sono andato al suo “villaggio” e gli ho portato un paio di palloni di cuoio nuovi fiammanti. Tutti i bambini mi hanno fatto festa hanno preso i palloni e li guardavano con ammirazione e se li passavano l’un l’altro come se fossero preziosi. Quando ho chiesto loro di fare una partita hanno messo da parte i bei palloni hanno tirato fuori la loro palla di –stoffacelofanata- e via a giocare. Che bello vedere quei bambini scalzi correre dietro a quel pezzo di stoffa tutto pieno di riflessi colorati.
Vai Marut il primo campione di pallacelofanata!
* Il nome del bambino è stato cambiato per proteggere la sua privacy.
Ha undici anni Marut – occhi grandi, denti bianchi, sorriso splendido – ha vissuto e visto tante cose, che potrebbe scrivere un bel libro di memorie. Marut è rumeno di etnia rom, e ha trascorso metà della sua vita sulla strada. Ha dormito in un furgone, in una baracca, all’aria aperta. Ha mendicato con i genitori in Spagna e in Italia, in Francia e in Portogallo. Ha visto distruggere la sua baracca, è stato aggredito dalla polizia italiana, spagnola, francese e portoghese. Ha sentito, da sotto una coperta, come suo padre veniva picchiato per aver difeso lui e la sua famiglia, ha visto soffrire dei bambini perché non avevano le medicine, ha conosciuto la paura degli zingari quando il loro accampamento è stato dato alle fiamme. Ma Marut ha resistito. E ha ora, finalmente, trovato in questo campo nomadi quella tranquillità che lo ha portato a desiderare di fare il calciatore e io vorrei raccontarvela! Eccola:
Marut, il figlio maggiore di una famiglia Rom numerosa, che con mamma Maryam e papà Mohamed vive nella piazzolla di sosta di una zona attrezzata per Zingari, di una città, che per questioni di privacy non citerò, vicino a Milano, sogna di diventare un campione di calcio. Il ragazzo, oggi 11enne, vive nel “Villaggio” con altri Bambini e giocano a calcio tutto il giorno, quando Marut non è obbligato, dai suoi genitori, ad andare a scuola. Fin da quando aveva appena 6 anni, a differenza della maggior parte dei bambini della sua età che fanno ben altro e non per colpa loro! Mourad non desidera diventare un uomo libero da tutto e da tutti come suo padre (che non si sa bene che cosa faccia), lui vuole fare il calciatore. Il calcio non è semplicemente un divertimento, ma una vera passione e la sua professione da sogno.
Marut e i suoi amici hanno formato addirittura due squadre, che prendono il nome di due famose formazioni calcistiche della terra d’origine della sua famiglia: la Romania. Una l’hanno chiamata Dinamo e l’altra Steaua. Si sono fatti anche le maglie una, quella che indossa Marut è della Dinamo, ed è completamente rossa , l’altra, dello Steaua, è di colore bleu e rossa. Lui indossando quella della Dinamo mostra chiaramente la sua preferenza e denota la sua appartenenza alla rispettiva squadra . Il ragazzo ripete spesso: “Giochiamo tutti i giorni a pallone e noi della Dinamo vinciamo sempre!” così racconta con entusiasmo, mentre parla del suo argomento preferito.
Marut sogna di poter diventare un giorno proprio come Marius Niculae, il capitano dell’originale squadra: Dinamo di Bucaresti. “Niculae è bravissimo, un vero goleador!” sostiene il ragazzo “Segna sempre tanti gol, la squadra vince sempre(?) proprio grazie a lui!”.
Marut, che ora frequenta la prima media nella scuola dove insegno, racconta dei suoi allenamenti giornalieri per migliorare le sue capacità e rinforzare i suoi muscoli. Il ragazzo è noto fra gli amici del “villaggio” per essere un ottimo giocatore di calcio e quando è in “casa”(roulotte) non si perde alcuna trasmissione calcistica in televisione (hanno la parabolica e vedono tutti i canali satellitari). Rimane incollato allo schermo quando c’è una partita, specialmente se gioca la sua squadra preferita. In un colloquio a scuola ho conosciuto la madre e lei mi raccontato della passione di Marut con un sorriso: “Marut è bravo bambino, lui ha solo difetto del pallone. Lui gioca tuto giorno con pallone. Lui gioca con altri bambini con pallone fatto di pezza e legato con sacchetti di spesa”. Pallone fatto di pezza e legato con i sacchetti di plastica? Sono incuriosito e il giorno successivo chiedo a Marut di farmi vedere il pallone con il quale gioca con i propri amici e lui il giorno seguente me lo porta a scuola e me lo fa proprio vedere. Io cerco di prenderglielo dalle mani e lui non lo molla neppure un secondo, lo tiene stretto tra le sue mani e ripete continuamente: “bello, bello eh prof? è proprio bello!” Ha ragione è fantastico è un oggetto misto di plastica e pezza, grosso come un pallone numero quattro. Penso che non rimbalzi visto da cosa è composto, ma la cosa bella è che tutto colorato e pieno di nodi. Altro particolare: emana una puzza di cavoli marci stomachevole, è inavvicinabile!
Sul piano internazionale, Marut ammira anche Kaka, l’atleta brasiliano che al momento gioca per la squadra di calcio del Real Madrid (con la maglia numero 8). “Mi piacerebbe diventare come Niculae o come Kaka e ce la metterò tutta per realizzare il mio sogno!” conclude con un sorriso il ragazzo.
L’altro giorno sono andato al suo “villaggio” e gli ho portato un paio di palloni di cuoio nuovi fiammanti. Tutti i bambini mi hanno fatto festa hanno preso i palloni e li guardavano con ammirazione e se li passavano l’un l’altro come se fossero preziosi. Quando ho chiesto loro di fare una partita hanno messo da parte i bei palloni hanno tirato fuori la loro palla di –stoffacelofanata- e via a giocare. Che bello vedere quei bambini scalzi correre dietro a quel pezzo di stoffa tutto pieno di riflessi colorati.
Vai Marut il primo campione di pallacelofanata!
* Il nome del bambino è stato cambiato per proteggere la sua privacy.
27 novembre 2009
24 novembre 2009
I GEMELLI
I GEMELLI DEL CIAPA’ GOL
Ve li ricordate i “gemelli del gol”: Francesco Graziani e Paolino Pulici.
Li chiamavano così ai tempi del Torino di Gigi Radice perché segnavano gol a raffica e, in campo, la loro intesa era straordinaria. Sono passati alla storia dell’Italcalcio proprio come i “gemelli del gol”:
per la sintonia perfetta anche nell’esecuzione dei movimenti in fase offensiva e gol a grappoli... Paolino e Ciccio fecero grande il Torino, che riassaporò lo scudetto al termine della stagione 1975/’76 rinverdendo i fasti della grande squadra granata perita a Superga. Ma Graziani e Pulici parenti non sono. Quindi sono
gemelli solo in campo. Gemelli in campo e nella vita, invece, lo sono Antonio e Mario, nati a Milano un giorno di febbraio del 1981, più di due lustri dopo la stagione d’oro della coppia granata.
Ma chi sono Antonio e Mario? Rispondo subito al quesito:
innanzitutto sono due grandi appassionati di calcio E TIFOSI DEL TORO. Due bambini che al tempo, quando li conobbi, giocavano a calcio dalla mattina alla sera. Tiravano calci a tutto ciò che si muoveva e rotolava e quello che non si muoveva e non rotolava lo muovevano loro e lo facevano rotolare con dei calci. Giocavano a calcio per strada e ritornavano a casa sempre con le ginocchia sbucciate.
Sono cresciuti calcisticamente nell’oratorio di Cernusco sul Naviglio e, giunti ad un bivio, dove da una parte c’era lo studio e dall’altra il calcio(erano stati selezionati per la squadra che allenavo io nel 1991: l’A.C.Milan) hanno sorprendentemente scelto lo studio!
Insomma, per la sorpresa di tutti, hanno rinunciato ad una carriera da calciatori! I due invece di giocare in attacco, come la coppia famosa sopracitata, giocavano in difesa. Erano due difensori arcigni che giocavano nell’under 11 dell’A.C.Milan (almeno ci hanno giocato per due mesi). Io, allora, li avevo soprannominati: “I GEMELLI DEL CIAPA’ GOL”
Passati dieci anni, un bel giorno, sono in pizzeria in compagnia di mio figlio, e nel bel mezzo di una discussione che aveva come tema principale: “ma le punizioni di prima le calciava meglio Maradona o Roberto Baggio?” sento una mano che si appoggia sulla mia spalla destra e un voce che mi chiama: “Mister, Mister” mi giro e vedo di fronte a me due ragazzoni con una fisionomia quasi identica: i due gemelli! Li riconosco subito sono: Antonio e Mario. “Mister ci riconosce?” continuano loro. Ma certo che li riconosco, mi alzo e li abbraccio chiamandoli per nome. Siamo tutti e tre commossi sotto gli occhi di Davide che in realtà non ci ha, ancora, capito nulla. Glieli presento e li invito ad accomodarsi ed iniziamo a parlare. Chiedo loro come va? E se soprattutto giocano ancora a calcio e mi rispondono: risponde Antonio
“Viviamo il mondo del calcio come un divertimento, qualcosa che ci piace fare; gli allenamenti non li viviamo come un obbligo ma come una gioia, naturalmente quando non si corre e basta.
Quando non siamo impegnati con gli allenamenti o con le partite di campionato, proprio per via del nostro legame con questo sport, troviamo sempre il tempo per partecipare a vari tornei o per giocare al campetto con gli amici”. Era proprio quello che cercavo per Davide: una testimonianza di pura passione per questo sport. Davide ha quindici anni e gioca al calcio ma lo vive emotivamente in modo troppo intenso. Lo vedo quando è in campo è teso e nervoso e questo gli fa fare degli errori che non dovrebbe fare. È bravino se la cava ma questa maledetta emotività incontrollata LO RENDE INSICURO ed incerto nelle giocate anche in quelle più semplici. Ma la discussione continua e mi appassiona allora e faccio un’altra domanda:
Cosa vi ha insegnato il calcio?
Risponde Antonio
”Il calcio ci ha trasmesso anche molti valori come il rispetto delle persone, educazione nei confronti di chi ci stava attorno e correttezza verso i compagni. Il calcio se interpretato senza esasperazioni ma con il giusto spirito è una scuola di vita. Così dovrebbe essere per tutti i ragazzi. Lo sport in generale deve trasmettere valori positivi, deve essere una palestra importante per allenarsi alla
vita. Purtroppo però le esasperazioni sono dietro l’angolo come pure le eccessive aspettative di taluni genitori sono spesso troppo elevate e fonte di pressione eccessiva per i ragazzi che arrivano a non sopportare più determinate pressioni. Noi siamo stati fortunati: i nostri genitori sono appassionati, ci hanno sempre seguito e ci seguono, ma ci hanno anche assecondato in modo splendido nelle nostre scelte di optare ad un certo punto per lo studio riservando al calcio un ruolo prezioso, ma come passione e basta”. Manna che scende dal cielo! Continuo con le domande:
Chi vi ha trasmesso la passione per il calcio?
”Questa grande passione ci è stata trasmessa sicuramente da entrambi i nostri nonni, e anche da nostro papà che ha giocato per parecchi anni, ci ha anche allenati da
piccoli nella squadra dell’oratorio, dove abbiamo iniziato la nostra modesta carriera calcistica e ci ha seguito anche nelle trasferte più lontane, ci ha insegnato a giocare a calcio e tutto ciò che di bello può essere il calcio: è stato un vero maestro. Ora che ha qualche difficoltà a spostarsi ovunque, è ammalato e non può muoversi da casa è comunque sempre informatissimo e non ci fa mancare mai i
suoi consigli per le nostre prestazioni domenicali. Spesso sottolinea che ci alleniamo
poco per via dei nostri studi e sicuramente ha ragione, ma sa bene e ci comprende che abbiamo fatto un’importante scelta di vita e che alimentiamo la nostra passione nel migliore dei modi secondo alcuni principi significativi che ci siamo dati trovando un equo compromesso con noi stessi e con chi ci accetta come siamo”.
Che bravi ragazzi Antonio e Mario parlano e sorridono e trasmettono a me e a Davide quella serenità che forse ultimamente ci è venuta a mancare. Il rapporto che ci lega è fortissimo ma la conflittualità generazionale a volte mi porta a non comprendere quel senso di indipendenza che cova mio figlio in quei semplici atti di ribellione alle direttive che cerco di impartigli. Antonio e Mario stanno parlando con Davide come se lo conoscessero da anni e non da pochi minuti, queste generazioni hanno facilità nel comunicare e nel condividere esperienze e a proposito sento Davide che fa una domanda ai due gemelli:
Ma cosa vi ha insegnato veramente il calcio?
Risponde Mario:
“ sai Davide Il calcio, in campo e fuori ti fa incontrare molte persone che poi possono rivelarsi grandi amici. Il calcio a noi ha dato tante emozioni belle e brutte, quando si vince la felicità non ti fa pensare a nient’altro, quando si
perde invece si ha la possibilità di capire i propri errori, correggerli per poi arrivare a una vittoria ancora più bella di una casuale”. Mangiamo, parliamo, ricordiamo tempi passati e ridiamo molto ci divertiamo e io ogni tanto guardo negli occhi mio figlio e lo vedo sereno, rilassato e tranquillo. Sono contento di aver incontrato questi due ragazzi semplici, educati e solari, che coltivano serenamente la loro grande passione: giocare al calcio, collocata appunto a grande passione e basta. Razionalmente, ma
lucidamente e serenamente hanno optato per proseguire gli studi, hanno vissuto il
calcio, semplicemente e lo hanno inserito nella loro vita come volevano e dovevano.
L’importante nella vita e nello sport è, prima di tutto, coltivare una passione che è tale quando è soprattutto divertimento, con sacrificio, ma divertimento.
Si finisce la serata con lo scambio dei numeri di telefono quanto vorrei che Davide frequentasse e diventasse amico di Antonio e Mario i miei gemelli: DEL CIAPA’ GOL!
Ve li ricordate i “gemelli del gol”: Francesco Graziani e Paolino Pulici.
Li chiamavano così ai tempi del Torino di Gigi Radice perché segnavano gol a raffica e, in campo, la loro intesa era straordinaria. Sono passati alla storia dell’Italcalcio proprio come i “gemelli del gol”:
per la sintonia perfetta anche nell’esecuzione dei movimenti in fase offensiva e gol a grappoli... Paolino e Ciccio fecero grande il Torino, che riassaporò lo scudetto al termine della stagione 1975/’76 rinverdendo i fasti della grande squadra granata perita a Superga. Ma Graziani e Pulici parenti non sono. Quindi sono
gemelli solo in campo. Gemelli in campo e nella vita, invece, lo sono Antonio e Mario, nati a Milano un giorno di febbraio del 1981, più di due lustri dopo la stagione d’oro della coppia granata.
Ma chi sono Antonio e Mario? Rispondo subito al quesito:
innanzitutto sono due grandi appassionati di calcio E TIFOSI DEL TORO. Due bambini che al tempo, quando li conobbi, giocavano a calcio dalla mattina alla sera. Tiravano calci a tutto ciò che si muoveva e rotolava e quello che non si muoveva e non rotolava lo muovevano loro e lo facevano rotolare con dei calci. Giocavano a calcio per strada e ritornavano a casa sempre con le ginocchia sbucciate.
Sono cresciuti calcisticamente nell’oratorio di Cernusco sul Naviglio e, giunti ad un bivio, dove da una parte c’era lo studio e dall’altra il calcio(erano stati selezionati per la squadra che allenavo io nel 1991: l’A.C.Milan) hanno sorprendentemente scelto lo studio!
Insomma, per la sorpresa di tutti, hanno rinunciato ad una carriera da calciatori! I due invece di giocare in attacco, come la coppia famosa sopracitata, giocavano in difesa. Erano due difensori arcigni che giocavano nell’under 11 dell’A.C.Milan (almeno ci hanno giocato per due mesi). Io, allora, li avevo soprannominati: “I GEMELLI DEL CIAPA’ GOL”
Passati dieci anni, un bel giorno, sono in pizzeria in compagnia di mio figlio, e nel bel mezzo di una discussione che aveva come tema principale: “ma le punizioni di prima le calciava meglio Maradona o Roberto Baggio?” sento una mano che si appoggia sulla mia spalla destra e un voce che mi chiama: “Mister, Mister” mi giro e vedo di fronte a me due ragazzoni con una fisionomia quasi identica: i due gemelli! Li riconosco subito sono: Antonio e Mario. “Mister ci riconosce?” continuano loro. Ma certo che li riconosco, mi alzo e li abbraccio chiamandoli per nome. Siamo tutti e tre commossi sotto gli occhi di Davide che in realtà non ci ha, ancora, capito nulla. Glieli presento e li invito ad accomodarsi ed iniziamo a parlare. Chiedo loro come va? E se soprattutto giocano ancora a calcio e mi rispondono: risponde Antonio
“Viviamo il mondo del calcio come un divertimento, qualcosa che ci piace fare; gli allenamenti non li viviamo come un obbligo ma come una gioia, naturalmente quando non si corre e basta.
Quando non siamo impegnati con gli allenamenti o con le partite di campionato, proprio per via del nostro legame con questo sport, troviamo sempre il tempo per partecipare a vari tornei o per giocare al campetto con gli amici”. Era proprio quello che cercavo per Davide: una testimonianza di pura passione per questo sport. Davide ha quindici anni e gioca al calcio ma lo vive emotivamente in modo troppo intenso. Lo vedo quando è in campo è teso e nervoso e questo gli fa fare degli errori che non dovrebbe fare. È bravino se la cava ma questa maledetta emotività incontrollata LO RENDE INSICURO ed incerto nelle giocate anche in quelle più semplici. Ma la discussione continua e mi appassiona allora e faccio un’altra domanda:
Cosa vi ha insegnato il calcio?
Risponde Antonio
”Il calcio ci ha trasmesso anche molti valori come il rispetto delle persone, educazione nei confronti di chi ci stava attorno e correttezza verso i compagni. Il calcio se interpretato senza esasperazioni ma con il giusto spirito è una scuola di vita. Così dovrebbe essere per tutti i ragazzi. Lo sport in generale deve trasmettere valori positivi, deve essere una palestra importante per allenarsi alla
vita. Purtroppo però le esasperazioni sono dietro l’angolo come pure le eccessive aspettative di taluni genitori sono spesso troppo elevate e fonte di pressione eccessiva per i ragazzi che arrivano a non sopportare più determinate pressioni. Noi siamo stati fortunati: i nostri genitori sono appassionati, ci hanno sempre seguito e ci seguono, ma ci hanno anche assecondato in modo splendido nelle nostre scelte di optare ad un certo punto per lo studio riservando al calcio un ruolo prezioso, ma come passione e basta”. Manna che scende dal cielo! Continuo con le domande:
Chi vi ha trasmesso la passione per il calcio?
”Questa grande passione ci è stata trasmessa sicuramente da entrambi i nostri nonni, e anche da nostro papà che ha giocato per parecchi anni, ci ha anche allenati da
piccoli nella squadra dell’oratorio, dove abbiamo iniziato la nostra modesta carriera calcistica e ci ha seguito anche nelle trasferte più lontane, ci ha insegnato a giocare a calcio e tutto ciò che di bello può essere il calcio: è stato un vero maestro. Ora che ha qualche difficoltà a spostarsi ovunque, è ammalato e non può muoversi da casa è comunque sempre informatissimo e non ci fa mancare mai i
suoi consigli per le nostre prestazioni domenicali. Spesso sottolinea che ci alleniamo
poco per via dei nostri studi e sicuramente ha ragione, ma sa bene e ci comprende che abbiamo fatto un’importante scelta di vita e che alimentiamo la nostra passione nel migliore dei modi secondo alcuni principi significativi che ci siamo dati trovando un equo compromesso con noi stessi e con chi ci accetta come siamo”.
Che bravi ragazzi Antonio e Mario parlano e sorridono e trasmettono a me e a Davide quella serenità che forse ultimamente ci è venuta a mancare. Il rapporto che ci lega è fortissimo ma la conflittualità generazionale a volte mi porta a non comprendere quel senso di indipendenza che cova mio figlio in quei semplici atti di ribellione alle direttive che cerco di impartigli. Antonio e Mario stanno parlando con Davide come se lo conoscessero da anni e non da pochi minuti, queste generazioni hanno facilità nel comunicare e nel condividere esperienze e a proposito sento Davide che fa una domanda ai due gemelli:
Ma cosa vi ha insegnato veramente il calcio?
Risponde Mario:
“ sai Davide Il calcio, in campo e fuori ti fa incontrare molte persone che poi possono rivelarsi grandi amici. Il calcio a noi ha dato tante emozioni belle e brutte, quando si vince la felicità non ti fa pensare a nient’altro, quando si
perde invece si ha la possibilità di capire i propri errori, correggerli per poi arrivare a una vittoria ancora più bella di una casuale”. Mangiamo, parliamo, ricordiamo tempi passati e ridiamo molto ci divertiamo e io ogni tanto guardo negli occhi mio figlio e lo vedo sereno, rilassato e tranquillo. Sono contento di aver incontrato questi due ragazzi semplici, educati e solari, che coltivano serenamente la loro grande passione: giocare al calcio, collocata appunto a grande passione e basta. Razionalmente, ma
lucidamente e serenamente hanno optato per proseguire gli studi, hanno vissuto il
calcio, semplicemente e lo hanno inserito nella loro vita come volevano e dovevano.
L’importante nella vita e nello sport è, prima di tutto, coltivare una passione che è tale quando è soprattutto divertimento, con sacrificio, ma divertimento.
Si finisce la serata con lo scambio dei numeri di telefono quanto vorrei che Davide frequentasse e diventasse amico di Antonio e Mario i miei gemelli: DEL CIAPA’ GOL!
23 novembre 2009
LUCA ANTONINI
Sin da bambino è detto “il piccolo”, dal nome del protagonista di cartone animato in voga quel tempo. Il suo ruolo iniziale era quello di attaccante, ma col tempo ha cominciato a giocare nel ruolo di esterno di centrocampo. È dotato di buona tecnica, di fantasia e di un discreto tiro di destro; è anche abile nel fornire assist. Ma andiamo per gradi e partiamo dall’inizio quando ho conosciuto e selezionato Luca. Comincia a giocare a calcio a il San Giuliano Milanese, suo paese natio. Un giorno viene visto giocare sul campo in terra battuta della società San Giulianese e viene segnalato al capo degli osservatori (signor Zagatti) e il martedì successivo il “piccolo” mi viene portato sul campo di allenamento dal signor Trapanelli, l’allora factotum dell’attivvità di base dell’A.C.Milan, per essere visionato con una certa urgenza perché ci sono altre squadre intenzionate al piccolo! Il bambino ha dieci anni ed è veramente minuto è magro ma molto magro ed è alto un metro e una buca per non dire che è basso ma molto basso. Allora Luca aveva la stessa pettinatura, la stessa maglia, le stesse movenze che ha ora: se si tralasciava la struttura fisica diversa sembra che le sue sembianze siano le stesse di allora solo che ora il giocatore pesa quaranta chili in più ed è ottanta centimetri più grande. Dopo poche esercitazioni e una breve partitella il bambino dimostra unaTecnica individuale impressionante, visione di gioco rara a vedersi in un “pulcino”, Luca è un bambino sveglio e ansioso di dimostrarmi di essere bravo. Il calcio, si vede subito, è tutta la sua vita e già a dieci anni dimostra di saperci fare, in quella prova fa sfracelli, dribbla gli avversari come birilli fa gol di testa, di piede e ricordo benissimo ne fa uno anche di piede: è bravissimo! Allora mi stacco dall’allenamento per andare a chiamare Trapanelli al quale comunico che il ragazzino va “preso subito”. Il signor Trapanelli mi sorride e mi dice: “Mister ne ha parlato con Lui?” Rispondo che vorrei parlare con suo padre più che con lui. Il sorriso del signor Trapanelli persiste e mi fa preoccupare, comunque decido di seguire il suo consiglio e vado a parlare con il bimbo. Eccomi di fronte a lui e inizio con le domande e vado subito al nocciolo della questione: “senti Luca saresti contento di venire al Milan?” Lui mi guarda e mi risponde: “ma io sono tifoso della Sampdoria, come faccio?” “tifoso della Sampdoria?” ribatto io con una certa sorpresa. Non parla ma ad un certo punto cerca di togliere la tuta rossonera del Milan, che il magazziniere gli ha dato per effettuare l’allenamento vestito come tutti gli altri, e sorpresa delle sorprese sotto porta la maglia della Sampdoria! “Ha capito Mister? Io sono veramente Sampdoriano!” ringraziandomi per la mia gentilezza e senza il minimo problema mi lascia lì in mezzo al campo e se neva a duellare con gli altri bambini che stanno continuando la partita. Sorrido e vado dal signor Trapanelli con la convinzione: “questo bimbo lo dobbiamo prendere altro che Sampdoria!”
Luca Antonini (Milano, 4 agosto 1982) è un calciatore italiano, difensore del Milan. È un giocatore polivalente che sa ricoprire sia il ruolo di terzino che di esterno di centrocampo sulla fascia sinistra e all'occorrenza anche destra.[1] Cresciuto nel
Milan, nel 2001, a stagione da poco avviata, è stato ceduto in prestito al Prato, in Serie C1, dove ha totalizzato 26 presenze e 3 reti. Nella stagione 2002-2003 ha collezionato 17 presenze e 1 gol in Serie B all'Ancona, ottenendo la promozione in Serie A e ritagliandosi un ruolo da titolare nella seconda parte del campionato, dopo un girone d'andata trascorso come riserva. Nell'estate del 2003 si è trasferito alla Sampdoria in comproprietà con i rossoneri, dove è sceso in campo solamente in 5 partite nel ruolo di vice Gasbarroni sulla fascia e non realizzando gol. L'anno seguente torna a giocare in Serie B, al Modena, dove ha segnato una rete in 15 partite disputate. Nell'agosto del 2005 il Milan lo ha prestato all'Arezzo, dove nell'arco della stagione ha segnato 3 gol in 39 partite. Alla fine della stagione 2005-2006 è stato preso in prestito dal Siena. Nell'estate del 2007 il Milan ha rilevatato la metà posseduta dalla Sampdoria e lo ha ceduto in comproprietà all'Empoli, assieme all'altro giovane Abate, anche lui prodotto del vivaio rossonero. Con l'Empoli Antonini ha esordito nelle coppe europee il 20 settembre 2007, in occasione della partita di Coppa UEFA Empoli-Zurigo (2-1), nella quale ha anche realizzato la rete del momentaneo 2-0 su rigore al 49° minuto. Dopo una positiva stagione con l'Empoli, in cui è stato spesso arretrato alla linea a quattro di difesa e utilizzato nel ruolo di terzino sinistro per sopperire alle assenze di Tosto e Raggi, terminata però con la retrocessione dei toscani in B, il 9 giugno 2008 è stato riscattato dal Milan.[2]
Luca Antonini (Milano, 4 agosto 1982) è un calciatore italiano, difensore del Milan. È un giocatore polivalente che sa ricoprire sia il ruolo di terzino che di esterno di centrocampo sulla fascia sinistra e all'occorrenza anche destra.[1] Cresciuto nel
Milan, nel 2001, a stagione da poco avviata, è stato ceduto in prestito al Prato, in Serie C1, dove ha totalizzato 26 presenze e 3 reti. Nella stagione 2002-2003 ha collezionato 17 presenze e 1 gol in Serie B all'Ancona, ottenendo la promozione in Serie A e ritagliandosi un ruolo da titolare nella seconda parte del campionato, dopo un girone d'andata trascorso come riserva. Nell'estate del 2003 si è trasferito alla Sampdoria in comproprietà con i rossoneri, dove è sceso in campo solamente in 5 partite nel ruolo di vice Gasbarroni sulla fascia e non realizzando gol. L'anno seguente torna a giocare in Serie B, al Modena, dove ha segnato una rete in 15 partite disputate. Nell'agosto del 2005 il Milan lo ha prestato all'Arezzo, dove nell'arco della stagione ha segnato 3 gol in 39 partite. Alla fine della stagione 2005-2006 è stato preso in prestito dal Siena. Nell'estate del 2007 il Milan ha rilevatato la metà posseduta dalla Sampdoria e lo ha ceduto in comproprietà all'Empoli, assieme all'altro giovane Abate, anche lui prodotto del vivaio rossonero. Con l'Empoli Antonini ha esordito nelle coppe europee il 20 settembre 2007, in occasione della partita di Coppa UEFA Empoli-Zurigo (2-1), nella quale ha anche realizzato la rete del momentaneo 2-0 su rigore al 49° minuto. Dopo una positiva stagione con l'Empoli, in cui è stato spesso arretrato alla linea a quattro di difesa e utilizzato nel ruolo di terzino sinistro per sopperire alle assenze di Tosto e Raggi, terminata però con la retrocessione dei toscani in B, il 9 giugno 2008 è stato riscattato dal Milan.[2]
SAPERSI SMARCARE

Esercizio per imparare a smarcarsi
Sempre pronti a smarcarsi.Due giocatori -l'1 e il 2- col pallone, e uno -il 3- senza. Come nello schema raffigurato a fianco.Durante l'esercizio vanno efettuati degli scambi continui con l'uomo senza palla che deve muoversi negli spazi liberi, in relazione a quelli dei movimenti dei suoi compagni.Si può estendere l'esercizio a due gruppi di giocatori includendo un portiere che dovrà sempre toccare la palla con le mani senza bloccarlo.Lo scopo di questo tipo di allenamento è quello di abituare il calciatore a giocare a testa alta, a sfruttare gli spazi per smarcarsi e a cambiare rapidamente direzione.
19 novembre 2009
ALESSANDRO
I centravanti di razza li vedi subito, basta un’occhiata, hanno qualcosa di particolare: sono svegli, attenti, furbi e sempre pronti a sfruttare la situazione a loro favore. Sin da piccoli ti sorprendono: sono creativi nel cercare soluzioni di gioco e mai ripetitivi. La prima volta che vidi Alessandro eravamo su di un campetto di provincia, precisamente nella provincia di Lodi in una partita tra undicenni. Partita di campionato: categoria esordienti. La categoria categoria è la più spettacolare del settore giovanile calcistico. Vedere quegli assatanati che con il loro schema a “nuvola” corrono tutti dietro alla palla è un vero spettacolo avvincente ed entusiasmante. Ti fa rivivere quei pomeriggi estivi quando alla domenica andavi all’oratorio a giocare con i compagni di catechismo e l’unico giocattolo era la palla che portava il solito Antonio, il carogneta di turno, che faceva giocare solo chi voleva lui e si faceva la squadra su misura ed imbattibile. Quante gioe e quante scarpate in quei campi polverosi ho vissuto e ho soprattutto dato.
Ma ecco che, improvvisamente, dalla difesa era partito un lancio lungo e il pallone volando sopra le teste di tutti e superando tutto il centro campo era destinato per l’unica punta di ruolo: Alessandro! Il difensore era veloce quanto lui, insieme pestavano l’erba come se fossero stati impegnati in una gara di velocità. Mentre correvano, il difensore cercava di mettere il gomito davanti al busto di Alessandro che a sua volta cercava di fare la stessa cosa. Ad un certo punto, raggiunto il limite dell’area di rigore, Alessandro tagliò la strada al difensore e invase idealmente la corsia dell’avversario, il mal capitato arcigno difensore impattò con il proprio ginocchio il tallone destro del furbesco attaccante che cadde disteso all’interno dell’area. Un fischio acuto e lungo decretò il rigore! Fu così che vidi Alessandro segnare la prima rete: la realizzò per mezzo di un calcio di rigore.
Alessandro con quel viso da angioletto e con un casco di capelli, tutti arruffati, come copricapo, dopo il gol, correva e saltava come un grillo. La sua maglietta e i suoi pantaloncini si gonfiavano come se dovesse prendere il volo proprio come un acquilone. La sua divisa di gioco, una volta di color bianco almeno credo, era tutta imbrattata di macchie marroni che dal mio punto di osservazione sembravano impronte di mani che avevano cercato di fermare Alessandro dalle sue intenzioni carognesche di attaccante assetato di gol. Dopo alcuni minuti tutto si calma e con la palla al centro riprendono le ostilità. La partita ora sembra un grande ingorgo e sembra che la maggior parte di quei giovani giocatori vogliano fermarsi proprio li nel mezzo del campo. Solo lui si muove ai margini proponendosi in ampiezza e in profondità. L’aria densa e calda di quel sabato pomeriggio di una primavera inoltrata fa in modo che il campo sia ricoperto da un leggero strato di porvere, giusto quei quattro-cinque centimetri che avvolge tutti in una tromba d’aria polverosa dalla quale ad un certo punto sbuca ancora lui: Alessandro. Zigzagando da destra a sinistra e da sinistra a destra in un attimo dribbla tre avversari e si porta a ridosso del portiere che scarta con una finta a doppio passo e con un morbido tocco di interno destro insacca in rete la seconda marcatura personale! Due a zero! Dopo il gol Alessandro corre fuori dal campo come se volesse andareverso degli spalti per esultare con i propri tifosi che in realtà esistono solo nella sua immaginazione. Corre e grida , grida e corre mentre due suoi compagni lo rincorrono per abbracciarlo e festeggiare assieme. Il ragazzo è un vero attaccante di razza!
Mentre osservo la scena dell’esultanza, vicino a me ci sono due signori che discutono e si dicono a vicenda che il ragazzo ha talento e che meriterebbe di fare strada, continuando nella discussione iniziano a paragonarlo ad una serie di giocatori che vanno dal Boninsegna al Riva prima maniera, dal Bettega al Pulici e la frase che ripetono alla fine di ogni discorso è : “ma te se ricordet ai noster temp…? propri bei temp quand ghera chei giugadur chi” che tradotto vorrebbe dire: “ma ti ricordi ai nostri tempi…? Proprio bei tempi quando c’erano questi giocatori”. Be io non so se quei tempi erano meglio di questoi so solo che finchè ci saranno sui campi di periferia giovani giocatori come Alessandro il calcio avrà un futuro.
Alessandro Matri
Alessandro Matri (Sant'Angelo Lodigiano, 19 agosto 1984) è un calciatore italiano, attaccante del Cagliari.
Di proprietà fino al 2006-2007 del Milan, si mette in mostra in serie C e B con le maglie di Lumezzane e Rimini. Nel 2007-08 metà del suo cartellino viene acquistato dal Cagliari. Ha esordito con la maglia rossoblù, andando subito a segno, fissando il momentaneo 0-1, in Napoli-Cagliari, nella prima giornata del campionato 2007-2008. Il primo gol in trasferta lo segna contro il Parma, segue poi il gol in casa contro il Catania, allo stadio Azzurri D'Italia contro l'Atalanta, quella nella prima giornata di ritorno sempre contro il Napoli e infine l'ultima il 24/02/2008 contro la Lazio che ha portato un'importante vittoria per il Cagliari. Ha segnato anche in Coppa Italia contro la Sampdoria. Nel periodo di Davide Ballardini e nonostante i suoi preziosi goal, Matri è spesso relegato in panchina a causa del buon periodo di forma dell'attaccante Robert Acquafresca. Tuttavia, nel giorno dopo il divorzio tra la società sarda e il tecnico ravennate, Matri viene riscattato dal Cagliari per 2.300.000 €. ILconsolidamento del ruolo di titolare di altri compagni lo vede spesso partire dalla panchina nella prima parte del torneo, mentre il girone di ritorno lo vede protagonista con sei gol, rispettivamente con Lazio, Juventus, Lecce, Catania, Sampdoria e Roma. L'anno successivo, con la partenza di Robert Acquafresca, si prospetta una stagione più in primo piano per Matri, che però trova qualche difficoltà a partire titolare nelle prime partite e, dopo 12 giornate, arriva a quota quattro gol.
Ma ecco che, improvvisamente, dalla difesa era partito un lancio lungo e il pallone volando sopra le teste di tutti e superando tutto il centro campo era destinato per l’unica punta di ruolo: Alessandro! Il difensore era veloce quanto lui, insieme pestavano l’erba come se fossero stati impegnati in una gara di velocità. Mentre correvano, il difensore cercava di mettere il gomito davanti al busto di Alessandro che a sua volta cercava di fare la stessa cosa. Ad un certo punto, raggiunto il limite dell’area di rigore, Alessandro tagliò la strada al difensore e invase idealmente la corsia dell’avversario, il mal capitato arcigno difensore impattò con il proprio ginocchio il tallone destro del furbesco attaccante che cadde disteso all’interno dell’area. Un fischio acuto e lungo decretò il rigore! Fu così che vidi Alessandro segnare la prima rete: la realizzò per mezzo di un calcio di rigore.
Alessandro con quel viso da angioletto e con un casco di capelli, tutti arruffati, come copricapo, dopo il gol, correva e saltava come un grillo. La sua maglietta e i suoi pantaloncini si gonfiavano come se dovesse prendere il volo proprio come un acquilone. La sua divisa di gioco, una volta di color bianco almeno credo, era tutta imbrattata di macchie marroni che dal mio punto di osservazione sembravano impronte di mani che avevano cercato di fermare Alessandro dalle sue intenzioni carognesche di attaccante assetato di gol. Dopo alcuni minuti tutto si calma e con la palla al centro riprendono le ostilità. La partita ora sembra un grande ingorgo e sembra che la maggior parte di quei giovani giocatori vogliano fermarsi proprio li nel mezzo del campo. Solo lui si muove ai margini proponendosi in ampiezza e in profondità. L’aria densa e calda di quel sabato pomeriggio di una primavera inoltrata fa in modo che il campo sia ricoperto da un leggero strato di porvere, giusto quei quattro-cinque centimetri che avvolge tutti in una tromba d’aria polverosa dalla quale ad un certo punto sbuca ancora lui: Alessandro. Zigzagando da destra a sinistra e da sinistra a destra in un attimo dribbla tre avversari e si porta a ridosso del portiere che scarta con una finta a doppio passo e con un morbido tocco di interno destro insacca in rete la seconda marcatura personale! Due a zero! Dopo il gol Alessandro corre fuori dal campo come se volesse andareverso degli spalti per esultare con i propri tifosi che in realtà esistono solo nella sua immaginazione. Corre e grida , grida e corre mentre due suoi compagni lo rincorrono per abbracciarlo e festeggiare assieme. Il ragazzo è un vero attaccante di razza!
Mentre osservo la scena dell’esultanza, vicino a me ci sono due signori che discutono e si dicono a vicenda che il ragazzo ha talento e che meriterebbe di fare strada, continuando nella discussione iniziano a paragonarlo ad una serie di giocatori che vanno dal Boninsegna al Riva prima maniera, dal Bettega al Pulici e la frase che ripetono alla fine di ogni discorso è : “ma te se ricordet ai noster temp…? propri bei temp quand ghera chei giugadur chi” che tradotto vorrebbe dire: “ma ti ricordi ai nostri tempi…? Proprio bei tempi quando c’erano questi giocatori”. Be io non so se quei tempi erano meglio di questoi so solo che finchè ci saranno sui campi di periferia giovani giocatori come Alessandro il calcio avrà un futuro.
Alessandro Matri
Alessandro Matri (Sant'Angelo Lodigiano, 19 agosto 1984) è un calciatore italiano, attaccante del Cagliari.
Di proprietà fino al 2006-2007 del Milan, si mette in mostra in serie C e B con le maglie di Lumezzane e Rimini. Nel 2007-08 metà del suo cartellino viene acquistato dal Cagliari. Ha esordito con la maglia rossoblù, andando subito a segno, fissando il momentaneo 0-1, in Napoli-Cagliari, nella prima giornata del campionato 2007-2008. Il primo gol in trasferta lo segna contro il Parma, segue poi il gol in casa contro il Catania, allo stadio Azzurri D'Italia contro l'Atalanta, quella nella prima giornata di ritorno sempre contro il Napoli e infine l'ultima il 24/02/2008 contro la Lazio che ha portato un'importante vittoria per il Cagliari. Ha segnato anche in Coppa Italia contro la Sampdoria. Nel periodo di Davide Ballardini e nonostante i suoi preziosi goal, Matri è spesso relegato in panchina a causa del buon periodo di forma dell'attaccante Robert Acquafresca. Tuttavia, nel giorno dopo il divorzio tra la società sarda e il tecnico ravennate, Matri viene riscattato dal Cagliari per 2.300.000 €. ILconsolidamento del ruolo di titolare di altri compagni lo vede spesso partire dalla panchina nella prima parte del torneo, mentre il girone di ritorno lo vede protagonista con sei gol, rispettivamente con Lazio, Juventus, Lecce, Catania, Sampdoria e Roma. L'anno successivo, con la partenza di Robert Acquafresca, si prospetta una stagione più in primo piano per Matri, che però trova qualche difficoltà a partire titolare nelle prime partite e, dopo 12 giornate, arriva a quota quattro gol.
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